I Musei Catalani: un mix #open di pubblico globale e colore locale

Nel corso di questi mesi abbiamo avuto modo di conoscere molte persone estremamente interessanti, non solo italiane, che hanno aderito entusiasticamente al nostro progetto, e alcuni degli incontri più proficui sono nati… su Twitter, ovviamente. È lì che abbiamo incontrato Àlex Hinojo, o meglio, @Kippelboy, “cultural sector engager” di Barcellona (come lui stesso si definisce nella bio), ed è da quei primi tweet che è scaturita questa intervista, in cui non parleremo di un solo museo ma di tutti i musei della Catalogna, che Àlex ha riunito sotto l’account @CatalanMuseums.

Parleremo di una realtà frastagliata, divisa tra grandi musei, come il Museo Picasso di Barcellona, e piccole realtà, come la biblioteca locale di Roquetes, tutti alle prese, in modi diversi, con la “rivoluzione digitale”. Vi ricorda qualcosa?

Questa intervista vuole essere una finestra (giudicate voi se grande o piccola) aperta su un mondo non molto diverso dal nostro, che affronta le stesse sfide quotidiane e, a volte, le stesse perplessità. Un mondo #openGLAM, dove “GLAM” sta per Gallerie, Librerie, Archivi e Musei, e “open” sta per accessibile e fruibile su larga scala grazie alla collaborazione con Wikipedia. O meglio, con Wikimedia e i Wikipediani. Che no, non sono un nuovo esemplare di Homo sapiens sapiens… O forse sì?

Quale background?

1. Àlex, dalla tua ricca bio online si deduce che lavori ormai da 10 anni come digital project manager e come consulente museale. Dal momento che figure simili in Italia stanno nascendo solo ora in ambito culturale, ti andrebbe di raccontarci come hai iniziato la tua carriera, quali esperienze hai vissuto?

À. Ho iniziato la mia carriera di online project manager al di fuori del settore culturale, portando avanti progetti di management e di consulenza online per brand finanziari e per enti governativi, ma in qualche modo, ad un certo punto, la mia passione e il mio lavoro quotidiano hanno finito per mescolarsi tra loro.

I musei catalani e il web

2.  Sempre per cercare di capire come si stanno svolgendo le cose negli altri paesi al di fuori dell’Italia, nel corso dei tuoi 10 anni di lavoro nel settore come hai visto evolversi e come è cambiato il rapporto tra i musei e il web in Catalogna? Ossia, come si stanno relazionando i musei e le istituzioni culturali catalane al mondo del digitale e dei social media?

À. La Catalogna ha il proprio Ministro della Cultura, e da alcuni anni tutti i musei pubblici hanno adottato il medesimo sistema di gestione dei contenuti (CMS). Il che si è rivelato ottimo per un discorso di standardizzazione, ma, come ogni cosa, anche questo sistema ha un rovescio della medaglia: ora tutti i musei catalani si trovano ad affrontare lo stesso identico problema di base, ossia la difficoltà a caricare online le proprie collezioni.

In Catalogna abbiamo due tipi di musei: un gruppo ristretto di “grandi” musei, con uno staff che oscilla tra le 20 e le 200 persone (tra questi, il MNAC – Museo Nazionale d’Arte della Catalogna; il MACBA – Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona; il Museo Picasso…), e un numero ben più grande di musei che si trovano a dover affrontare questa significativa svolta verso il digitale con uno staff che in media comprende dalle 3 alle 5 persone. In questi musei più piccoli, a questo stesso gruppo di persone è affidata la direzione, la curatela, la creazione dei programmi educativi… e ora anche la gestione del web e dei social media. Onestamente, c’è da dire che molti si sono sentiti sopraffatti.

Ma una volta entrati nella mentalità giusta, tutti realizzano che i social sono una scorciatoia verso il proprio pubblico, e una scorciatoia a basso costo con cui costruire una comunità di persone dedite al museo. Le interazioni sul web permettono di capire immediatamente se si sta portando avanti una comunicazione unilaterale o se si sta stabilendo un vero dialogo con il proprio pubblico.

Una difficoltà che riguarda in particolare i musei catalani è che essi si trovano a dover portare avanti questa comunicazione in 3 lingue: catalano, spagnolo e inglese. E social networks come Facebook o Twitter sono faticosi da gestire in chiave multilingue.

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3. A questo punto di solito chiediamo come vengono usati i diversi canali social da parte del museo che stiamo intervistando, ma in questo caso sarebbe certamente troppo impegnativo chiederti come tutti i musei catalani utilizzino i loro social. Potresti comunque darci un’idea di quali siano i canali più usati e con quali strategie?

À. Facebook è senza ombra di dubbio la piattaforma più popolare, probabilmente perché è il sito web più utilizzato e più familiare per lo staff dei musei anche nella loro vita privata. Facebook viene utilizzato per un dialogo quotidiano con la comunità, anche se io personalmente penso che Twitter sia un mezzo più influente. Molti musei hanno anche un account Flickr e molti progetti interessanti stanno facendo la loro comparsa su Pinterest (per esempio, il Museo Morera sta pubblicando su Pinterest tutti i poster delle sue mostre passate). Poi c’è anche chi fa informazione (e racconta la città) senza avere un luogo fisico da visitare, come il servizio archeologico di Barcellona (@Arqueologiabcn). Stupendo!

Il Museo di Storia della Catalogna usa l’hashtag #Onthisday (#taldiacomavui) per raggiungere un bacino di utenza più ampio, e così facendo ogni mese si trova in cima agli analytics che coordina il mio amico Rui di @museum-analytics. Semplice, ma efficace.

Il @MACBA_Barcelona programma invece martedì “a tema” per scavare nella sua collezione e nei suoi archivi. Anche questa è una bellissima idea, e sarebbe ancora più bella se lo stesso argomento fosse condiviso da più musei contemporaneamente.

4. Per aiutare i musei catalani a promuoversi su Twitter tu stesso hai creato l’account, nonché il progetto, @CatalanMuseums. Quanto è importante, secondo te, che i musei facciano rete, e quale impatto ha avuto questo esperimento nel promuovere sul web i musei di tutta la Catalogna?

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À. Questo dei Musei Catalani è un progetto non-profit che porto avanti autonomamente. Ancora nel 2010 ho realizzato che la maggior parte dei musei catalani su Twitter “cinguettava” solo in catalano o in spagnolo. E nonostante stessero realizzando cose anche molto belle, non erano proiettati su un pubblico più globale. Per questo motivo ho deciso di dare vita, da solo, a questa piattaforma, per condividere con il pubblico straniero i link più interessanti a ciò che stava succedendo nei musei della Catalogna. Mi fa piacere poterli aiutare a diffondere progetti interessanti, eventi o materiali. E parlerei di “comunità” piuttosto che di “rete”. Nella mia modesta opinione, una rete ha a che vedere più con l’infrastruttura che sostiene la comunità: la rete può anche essere inefficiente, ma l’importante è che venga alimentata la comunità, è l’essere un membro partecipante, condividere e dare il proprio sostegno, che si tratti dei tuoi vicini, dei tuoi utenti, di visitatori o di qualsivoglia altro soggetto interessato.

Una volta, la bibliotecaria di Roquetes, un piccolo villaggio catalano, mi disse: “Vorrei che la mia biblioteca fosse utile ai cittadini, voglio poterli aiutare. Se davvero siamo una risorsa pubblica, allora dobbiamo essere utili al maggior numero di cittadini”. Tutti i programmi e le strategia della biblioteca venivano adattati alla comunità locale e agli utenti. Ne sono rimasto incantato.

Dovendo dare una valutazione al progetto dei Musei Catalani posso dirmi soddisfatto. I musei ne hanno guadagnato una presenza a livello mondiale e si sono create connessioni con i curatori dei maggiori musei del mondo; ma abbiamo anche aiutato il turista occasionale e i musei più piccoli a condividere le loro iniziative con un pubblico globale, creando un mix interessante tra eventi di colore locale e grandi nomi “blockbuster” come Dalì, Picasso e Mirò. La nostra forza sta nell’equilibrio, e il progetto è “open”: potete vedere qui le preferenze linguistiche dei nostri follower (e farvi un’idea dei paesi che ci seguono).

5. Innovazione, interazione digitale, open content: come si approcciano i musei catalani alle tecnologie emergenti (quali realtà aumentata, codici QR, app per tablet e smartphone) e a temi sempre più attuali quali open data e crowdsourcing?

À. Penso che l’approccio sia molto simile a quello del resto dei GLAM europei. La tecnologia è stata certamente un obiettivo da raggiungere: alcuni musei hanno creato delle app che erano la copia esatta del loro sito web; altri hanno un rapporto di amore/odio verso i codici QR; qualcuno si è lanciato a sperimentare Layar e AR (MACBA, Museo Mataró). C’è ancora molto spazio per il miglioramento – stiamo tutti imparando insieme.

Wikipedia e la filosofia openGLAM

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6. Nel 2011 sei stato investito della carica di “Wikimedia GLAM Ambassador”, un nome altisonante che sta ad indicare la tua collaborazione con Wikimedia “al fine di diffondere contenuti multimediali e competenze culturali” (per chi volesse saperne di più sulle specificità dei progetti portati avanti da Àlex clicchi su “blog“). Uno sguardo veloce alla lista dei progetti italiani mostra come questo tipo di collaborazione sia ancora un territorio largamente inesplorato (quando non sconosciuto) nel nostro paese (a promuoverlo ci pensano, tra gli altri, i volontari di Wikimedia Italia).

Puoi raccontarci brevemente cosa significa far parte dell’iniziativa #GLAMwiki, e in che modo questa può essere utile ai musei?

À. Citando la definizione di museo data dall’ICOM, compito di un museo è quello di conservare, studiare e comunicare la propria collezione. Ai professionisti museali sono affidate la tutela e lo studio delle collezioni, ma Wikipedia e i suoi progetti satellite sono lo strumento perfetto per diffondere e comunicare la conoscenza generata dalle istituzioni culturali. Una guida stampata del museo può arrivare a contare 500-1500 copie. Il solo Wikipedia catalano conta 30-45 milioni di visualizzazioni… al mese. La curiosità oggi ci spinge a cercare ogni cosa, prima di tutto, su Google. E cosa ci mostra Google? Wikipedia.

Il progetto GLAMwiki permette a Wikipediani competenti di entrare in contatto con le istituzioni culturali e aiutarle a diffondere le loro collezioni sia attraverso questa enciclopedia rinomata a livello mondiale sia attraverso i progetti ad essa collegati. È tutto italiano, ad esempio, il progetto EAGLE, che unisce Europeana, la community Wikimedia e gli operatori GLAM locali.

Come lavorare senza budget, come iniziare da zero?

7. I musei italiani hanno iniziato solo da poco a comprendere l’utilità degli strumenti digitali, ma l’ostacolo maggiore per l’utilizzo delle nuove tecnologie resta molto spesso (o così si crede) una critica mancanza di fondi da investire in questo settore. Ti è mai capitato di lavorare avendo un budget limitato, e quali risultati sei riuscito ad ottenere, nonostante tutto?

À. Siamo molto abituati a lavorare con budget limitati se non inesistenti. Ma qui non si tratta di soldi. Si tratta di coinvolgere i professionisti museali, è questo che conta. Quando ti trovi ad aver bisogno di spiegare qualcosa, cerchi lo strumento più facile per poterlo fare: la tecnologia è solo un modo diverso di dire “strumento”, ed è così che va considerata. E se per una certa mostra la carta stampata dovesse funzionare meglio di un tablet… allora usare il tablet non renderebbe certo la mostra migliore.

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8. Se ti chiedessimo di consigliare” un piccolo museo italiano che si avvicina per la prima volta agli strumenti web, come sta succedendo per molte realtà italiane, dove gli suggeriresti di iniziare? Mettiamola così: elenca almeno cinque “must-do”, cinque cose che “senza non si può”.

À. 5 cose obbligatorie da fare?

  • Elaborare una strategia digitale: è più facile arrivare da qualche parte se si sa dove si vuole andare;
  • Pensare in grande, iniziare dal basso e muoversi velocemente (“Think big, start small but move fast”): progetti di dimensioni limitate, fattibili e auto-sostenibili funzionano meglio di grandi piani fallimentari. Adottate una filosofia di lavoro “beta”: provate e valutate l’impatto di ciò che state facendo per vedere se funziona.
  • Diventare membri attivi della propria comunità: qui non si tratta di fare PR, si tratta di offrirsi di aiutare gli altri;
  • Sentirsi liberi di sbagliare, ma sbagliare il prima possibile: siate sinceri con voi stessi – se qualcosa non funziona, smettete di farla, e smettete il prima possibile, risparmiando tempo e risorse;
  • Non cercare di essere onnipresenti: scegliete solo i canali (social) che vi sono più congeniali.

Ringraziando Àlex per il suo contributo, cogliamo l’occasione per ribadire, ancora una volta, #svegliamuseo! consapevoli che le nostre lotte sono le stesse che affrontano altri in meridiani diversi, e che possiamo costruire un futuro globale insieme confrontandoci e discutendo.