Il Museo Diocesano si fa “Mobile” con la app “Chagall e la Bibbia”

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Ospitato nella cornice dei chiostri di Sant’Eustorgio, parte integrante di uno dei più antichi complessi monumentali di Milano, il Museo Diocesano non è solo una piccola gemma tra le istituzioni milanesi. Dedicato all’incontro tra arte e cristianità, è un esempio di come un’istituzione – focalizzata su temi dalla presa ben differente da quella di musei più “mainstream” – possa arrivare a sperimentare, forse anche più liberamente, con i media digitali.

In un pomeriggio piovoso alla fine dell’estate, #svegliamuseo incontra Maria Elena Colombo, Digital Media Curator del Museo, per provare “sul campo” la nuovissima app sviluppata dal museo insieme ad ArtGuru in supporto all’interpretazione della mostra “Chagall e la Bibbia” (aperta fino al 1 Febbraio 2015).

Come ci spiega Maria Elena  –  Quest’app è stata una sfida, in termini di velocità di messa in opera e in termini di innovazione degli strumenti offerti. La mostra Chagall e la Bibbia è nata come una sezione della grande retrospettiva che Palazzo Reale ha dedicato all’autore.

Ma andiamo a scoprire i dettagli di questo progetto!

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La app “Chagall e la Bibbia”

La app “Chagall e la Bibbia” sfrutta il visual recognition per aggiungere un ricco strato di interpretazione all’allestimento immersivo progettato da Morpurgo de Curtis ArchitettiAssociati. Grazie all’incontro con Marco de Sanctis, CEO di ArtGuru, il museo ha potuto trasformare un’apparente difficoltà – il rischio che la mostra fosse “cannibalizzata” dalla più grande esposizione di Palazzo Reale – in un’opportunità di sperimentazione con strumenti nuovi. Mentre i mezzi della grande istituzione comunale hanno permesso di dotare l’esposizione di un’audioguida tradizionale, con contenuto modulato per bambini e adulti, il Diocesano supera questo modello in favore di quello BYOD (Bring Your Own Device), che permette di eliminare i costi di manutenzione e distribuzione della guida mobile.

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Splash screen dell’app

Una volta scaricata la app (disponibile ad oggi solo per iOS), per un costo di 1.79 euro dall’App Store, permette all’utente di “inquadrare” un’opera bidimensionale con il proprio iPhone e attivare il contenuto audio relativo all’opera selezionata. Questo, inserito in modalità text-to-speech, può anche essere letto direttamente sullo schermo.

V: Perchè questa app? Che cosa permette di fare che non sarebbe possibile con media tradizionali/qual è l’esperienza “propria” del media mobile che fornisce?

ME: La proposta di Art Guru  è arrivata nel momento giusto, con caratteristiche innovative per elasticità, aggiornabilità, funzioni e strumenti molto interessanti. Innanzitutto il Museo Diocesano, che ha nel tempo consolidato un’affezione da parte di un pubblico anagraficamente decisamente maturo, ha colto l’opportunità di sollecitare, attraverso la disponibilità di uno strumento mobile, la curiosità di un target diverso, più giovane.

Ci è piaciuta l’immediatezza del gesto: inquadrare l’opera e poter ascoltare una voce che fornisce qualche suggestione e contestualizzazione a riguardo, senza portare il visitatore a spostare lo sguardo dall’opera stessa ci è sembrata un’esperienza da proporre perché accessibile, corretta dal punto di vista dell’education e molto gradevole.

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La possibilità di condividere via social network o di esprimere apprezzamento per un’opera è tipico degli strumenti digitali ovviamente, da Google Art Project al sito del Rijksmuseum, è una opzione oramai abituale. Ma Art Guru potrà, diffondendosi come ci auguriamo, segnalare all’utente di trovarsi, in altri momenti, in prossimità di opere di un autore per il quale ha già dichiarato interesse: ci è sembrato molto interessante apprezzando noi l’idea di rete di musei a prescindere dalle forme di gestione, in un’ottica di engagement per tutto il settore dei beni culturali.

Non ultima, una feature dell’app che ha creato in noi grandi aspettative è la disponibilità di dati statistici, di informazioni sull’audience, merce preziosissima, insomma.

V: Quali sono le sfide maggiori che un progetto simile pone a partire dalla progettazione fino ad arrivare all’utilizzo on site?

ME: Le sfide sono tutte legate all’efficacia della comunicazione, alla sua capacità di declinarsi sullo spazio espositivo, modulandosi in modo differente rispetto ai contenuti scientifici pubblicati in catalogo.

La grande elasticità e autonomia garantita dal CMS – content management system – ci ha consentito di raffinare i nostri interventi per passi successivi e graduali, fino ad arrivare ad un intervento fisico sulla grafica allestitiva.

Solo vivendo l’esperienza noi stessi ci è stato possibile metterci nei panni del visitatore: io e la conservatrice Nadia Righi ci siamo confrontate molte volte a riguardo, fino a che non siamo state soddisfatte del risultato, molto differente dalla prima stesura!

L’altra sfida è comunicare l’esistenza dell’app: un tradizionale supporto fisico la illustra al visitatore all’ingresso e alla cassa, e ne abbiamo parlato, con il supporto e la generosità di Art Guru, sui Social Network, sede naturale per la promozione di uno strumento digitale.

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V: Qual è il futuro di questo prodotto? Come verrà usato, ed eventualmente implementato, una volta che la mostra sarà finita?

ME: Ad oggi l’app non è strutturata per poter disporre di due percorsi differenti che possano supportare la visita ad una esposizione temporanea e al contempo alla collezione permanente.
Abbiamo quindi pensato che, alla termine di Chagall e la Bibbia, in attesa degli sviluppi che Art Guru ha comunque già presenti, sostituiremo i contenuti con altri dedicati alla collezione permanente. Ci auguriamo che almeno una parte del pubblico che si sarà avvicinato al Museo perché attirato dalla mostra su Chagall possa avere voglia di tornare, avendo un nuovo strumento a disposizione.

V: La app in collaborazione con Art Guru non è il primo progetto mobile del Museo Diocesano. Quali insegnamenti “esportabili” ricavi da questi progetti, che possano funzionare anche da consigli ai musei che vogliono iniziare a lavorare in questo senso?

MEIl primo, fondamentale insegnamento è trovare una soluzione perché questi strumenti, così come tutta l’attività digitale, non viva nell’effimero, ma sia a disposizione anche come storico dell’attenzione e dell’impegno del museo sugli strumenti digitali. Sto da tempo meditando su come inserire nel sito del museo una apposita sezione o una semplice pagina che raccolga e racconti al visitatore interessato quale sia l’atteggiamento e l’esperienza dell’istituzione in questo senso, da Google Art Project all’app di Costantino.
Per avere una pagina simile non è necessario essere la Tate; l’esempio che mi piace fare è quello del Museo dell’Acropoli di Atene.

Un secondo insegnamento è essere aperti e ben disposti all’ascolto; è un momento nel quale si è sommersi di proposte diverse, non tutte evolutissime o opportune, ma l’ascolto e l’apertura portano con sé competenze sul panorama del settore e qualche chances, se si sanno cogliere.

Gli altri regali che  queste esperienze mi hanno lasciato sono da un lato la preziosità del lavoro con team interdisciplinari, come è successo con il team del Dipartimento di Design del Politecnico per Mela Project e dall’altro, consentitemi la citazione di un claim da Boeri, che “si può fare di più con meno”; insomma mai arrendersi alla mancanza di mezzi o di appoggio. Provare, provare, provare a cercare soluzioni o a crearle.

Il progetto dal punto di vista di Art Guru

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Nel panorama italiano, la app del Museo Diocesano rappresenta un caso interessante in termini di sperimentazione di nuovi modelli. In questo senso, ArtGuru rappresenta una componente fondamentale del successo del prodotto. Quello che un’azienda di questo tipo può offrire non è infatti solo una soluzione tecnica, ma un rapporto di partnership in cui le rispettive expertise si mettono in gioco.

In questo senso, #svegliamuseo ha raccolto anche il punto di vista di Marco De Sanctis, CEO dell’azienda.

V: Una cosa che avete imparato dal progetto con il Museo Diocesano.

M: Il progetto con il Museo Diocesano di Milano è stata una bella sfida tecnologica per il nostro engine di riconoscimento, a causa delle caratteristica delle opere esposte. I colori tenui che caratterizzano le gouaches, infatti, risaltano meno di altre tecniche pittoriche e quindi abbiamo dovuto lavorare per tarare in maniera appropriata il nostro algoritmo.

V: Sempre di più i musei si appoggiano ad aziende esterne per la creazione di prodotti e servizi digitali. Basandovi sulla vostra esperienza, quali pensate che siano le sfide maggiori in questo senso?

M: Credo che la difficoltà principale sia quella di mettere in contatto due mondi, quello tecnico e quello artistico e curatoriale, che per loro natura sono davvero differenti. Quando ci avviciniamo a un museo, le prime reazioni sono di curiosità, ma anche di diffidenza. Il nostro più grande sforzo è proprio quello di vincere quest’ultima, perché siamo convinti che adottando tecnologie vicine alla vita di tutti i giorni, si possano rendere le esposizioni più fruibili e interessanti per il grande pubblico.

V: Che cosa occorre a un’azienda che offre questo tipo di servizio per lavorare con questo settore?

M: Sicuramente occorre maturare una conoscenza del mercato a cui ci si rivolge e soprattutto investire per guadagnarsi una certa credibilità. Ciò comporta, da un punto di vista prettamente business, che i tempi per iniziare a ottenere revenue tendono a essere piuttosto lunghi, pertanto è importante avere fondi a sufficienza per sostenere l’azienda in questa fase iniziale.

 #svegliamuseo: PRO & CONTRO

PRO CONTRO
La app viene utilizzata su una mostra temporanea, assicurando al Museo la possibilità di raccogliere preziosi dati sull’utilizzo.
Ricerca e osservazione permetteranno di rifinire la versione trasferita alla collezione permanente.
Sebbene la funzione text-to-speech permetta di risparmiare risorse sulla creazione di un contenuto più elaborato e il risultato complessivo sia comunque buono, la qualità della narrazione ne risente un po’. Per un approfondimento su contenuti audio narrative di qualità consigliamo il post di Ed Rodley
Venendo a mancare il punto vendita della tradizionale audio guida, un’esperienza mobile diventa in tutto e per tutti “invisibile”.
In questo senso, il marketing che la supporta non può essere lasciato al caso.Il Museo Diocesano:
-Ha posizionato insegne in punti “strategici” – sui banconi di biglietteria e bookshop approfittando del fatto che qui la gente si incanala in coda. Questo momento di pausa rende più facile la valutazione dell’offerta del Museo e potenzialmente l’adozione della guida.
– Lo stesso ingresso ha disponibilità di WiFi, così che il visitatore non debba usare il proprio traffico dati per il download.
– In mostra, la disponibilità di contenuti fruibili tramite mobile è ribadita da piccoli segni grafici integrati alle didascalie delle opere.
La app è disponibile soltanto per iOS 7 o successivi, escludendo altri brand e sistemi operativi più vecchi, che rimangono comunque molto diffusi.
Il gesto di inquadramento dell’opera funziona in maniera molto fluida, rendendo l’esperienza divertente e immediata. Questo specie se la si paragona ai ben più noti QR Codes, in cui il gesto è macchinoso e l’integrazione esteticamente limitata. Il prodotto non usa forse al massimo le potenzialità del mezzo e della tecnologia. “L’occhio” del dispositivo viene utilizzato allo stesso modo in cui utilizziamo il nostro occhio, non tanto per “aumentare” quello che effettivamente ci troviamo di fronte.

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