“Il museo mi contatta su Instagram!” L’esperienza di un’italiana al DDR di Berlino

2Il museo della Repubblica Democratica Tedesca – Deutsche Demokratische Republik (DDR) – di Berlino è uno dei musei più visitati della città e vanta circa 500.000 visitatori all’anno.

Quando si dice che la prima impressione è quella che conta, spesso si sbaglia ma questo non è il caso del DDR Museum. Fin dalle prime righe di presentazione, viene definito un museo interattivo, in cui la storia prende vita attraverso i visitatori e le loro esperienze.

È un continuo invogliare il pubblico ad entrare in contatto diretto e fisico con le collezioni e con la storia – anzi, le storie – che ci sono dietro agli oggetti. “Guardate, toccate, provate e fate esperienza”, questi sono i verbi più utilizzati. La frase che conclude la mission racchiude tutto la filosofia alla base del museo: “solo con l’aiuto delle nostre mani, le mostre diventano vive”.

Ma i berlinesi non sono solo “chiacchiere e distintivo”, come direbbe Robert De Niro, e si sono organizzati per essere presenti sui maggiori canali di social networking in maniera attiva e attenta. Non solo: hanno anche collaborato con Google all’interno del Google Cultural Institute mettendo a disposizione alcune immagini degli oggetti della loro collezione in una mostra virtuale intitolata “Years of change”.

Se a questo substrato di innovazione e sperimentazione ci aggiungete una mail che ci è stata inviata qualche tempo fa da una ragazza italiana che sta lavorando proprio in questo museo (e vi racconterà come ci è riuscita), non poteva che venirne fuori un’intervista per la nostra rubrica.

Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Federica Felicetti che, insieme ad un collega si sta occupando di social media per il DDR Museum di Berlino. Come al solito, speriamo che le sue risposte possano essere utili e che la sua esperienza sia d’ispirazione per molti.

Il background

1. Quante persone lavorano ai social media e che tipo di formazione hanno?

Tutto lo staff partecipa. Ognuno si occupa di una sua particolare rubrica, una o due volte alla settimana, che viene pubblicata su Facebook, Google + e Twitter. C’è chi scrive di ricette tipiche della DDR, chi dà consigli sul palinsesto televisivo, chi commenta una volta alla settimana un oggetto dalla nostra collezione. Io e il mio collega Michael Geithner – che ha studiato regia all’università – ci occupiamo del coordinamento di tutte le piattaforme, manteniamo i contatti con i visitatori che interagiscono con noi e diamo un apporto più concreto all’evoluzione dei nostri account social.

2. Parliamo di social network. Il museo è presente in numerose piattaforme e a noi interesserebbe capire come. In quale modo e con quale criterio il DDR Museum ha scelto e usa i suoi canali social, quale strategia utilizza per renderli interessanti per il pubblico? E inoltre, come la parte social si integra con gli altri media?

I musei lavorano sull’interazione. La visita secondo noi non si ferma al museo ma va avanti anche dopo. È quindi giusto offrire un luogo anche virtuale in cui i visitatori possano interagire con il museo e tra loro, scambiandosi esperienze e opinioni. I nostri canali social vogliono dare questa possibilità al visitatore grazie anche all’utilizzo di hashtag o la geolocalizzazione.

Cerchiamo di integrare la nostra strategia social con la nostra strategia media tradizionale, che si basa prevalentemente sull’utilizzo di flyer e poster, questi ultimi di solito presentano anche un QR code che rimanda direttamente al nostro sito internet. Non usiamo i social network per farci pubblicità (come invece facciamo con i flyer e i poster), bensí principalmente per interagire con i nostri visitatori e creare con loro un rapporto stabile e duraturo che va oltre quell’ora di visita.

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3. Ci hai incuriositi fin da subito dicendoci che sei stata contattata dal DDR Museum tramite Instagram. Raccontaci brevemente com’è andata, quali differenze hai riscontrato e quali invece le difficoltà degli inizi e i primi passi che il museo ha dovuto affrontare.

Io sono qui a Berlino grazie ad un progetto Leonardo. Questo progetto prevede lo svolgimento di uno stage della durata di tre mesi. Lo stage dovrebbe essere facilmente trovato tramite l’organizzazione ospitante, che opera come una sorta di centro per l´impiego, peccato che per me non è andata così e quindi mi sono dovuta rimboccare le maniche e mettermi alla ricerca. Come si dice, “da un male è uscito un bene”. Mentre passeggiavo un po’ abbattuta per le strade di Berlino, inciampo nel DDR Museum – che si trova esattamente di fronte al Duomo, dall’altro lato del fiume – e decido di entrare (approfittando anche della riduzione sul biglietto).

Il museo mi piace davvero tanto, è molto interessante e interattivo, mi sono sbizzarrita a fare un sacco di foto, che ho poi postato su Instagram con l’hashtag #ddrmuseum. Il mio futuro collega Michael mi risponde quasi in tempo reale dicendomi che le foto sono belle e – poiché è la settimana dei musei – se posso condividerle anche su Twitter con l’hashtag #MuseumWeek. Io entusiasta rispondo: «Certo! Molto volentieri!». A quel punto sono stata colta da un’idea fulminante: perché non chiedere proprio a loro se hanno bisogno di una stagista?

E così ho scritto una mail dicendo il museo che mi è piaciuto molto e che vorrei lavorare per loro. Tutto accade molto in fretta: mi hanno chiamata per un colloquio, abbiamo parlato un po’ e dopo mezz’ora il capo mi chiede: «Quando puoi iniziare?», e io: «Anche subito!». Così il giorno dopo mi sono ritrovata alla mia scrivania con un computer nuovo e tanta voglia di imparare.

Non credo che in Italia mi avrebbero dato una possibilità simile, sono sempre molto scettici riguardo alle nuove generazioni e alle loro potenzialità. Di sicuro non avrebbero premiato il mio spirito di iniziativa poiché non ero passata per i canali istituzionali.

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Dalla teoria alla pratica

4. Il museo si definisce interattivo e soprattutto non come un contenitore di oggetti da guardare, ma come un luogo in cui i visitatori sono invitati “ad aprire le porte e a guardare dietro i disegni”. Come si traduce questa filosofia online?

Anche online è possibile “aprire delle porte”, grazie ai link che postiamo continuamente, rimandiamo l’utente a nuove pagine, articoli, fotografie anche all’esterno dei nostri canali. Non ci limitiamo a scrivere, ma cerchiamo di  espandere la nostra community anche ai visitatori, prendendo anche per esempio appassionati di storia o nostalgici della DDR che si sentono chiamati in causa e vogliono collaborare e dare la propria opinione.

5. Raccontaci l’iniziativa social più cool, “esportabile” e riproducibile che conosci del DDR Museum o che hai avuto tra le mani durante la tua permanenza lì.

Un’iniziativa davvero cool è “Frage Dr. Wolle” (Chiedi al Dr. Wolle) che è il curatore e l’esperto del nostro museo. Il mio collega che ha studiato regia ha creato questa mini-serie a puntate in cui il Dr. Wolle risponde alle domande che gli pongono i nostri follower sui vari social media. A questo link potete trovare la playlist con tutte le puntate della mini-serie.

6. In base alla tua esperienza presso il DDR Museum, quale consiglio o suggerimento daresti ad un museo per avviare una strategia sui social media o di coinvolgimento per il proprio pubblico?

Innanzitutto consiglierei loro di pianificare una strategia media. Moltissimi musei sono ancora all’età della pietra in questo frangente. Si affidano ancora solamente ai mezzi tradizionali poiché pensano che siano sufficienti, ma non è così! Ho scritto la mia tesi di laurea riennale proprio su questo argomento, cioè su come i musei possono meglio interagire con i propri visitatori attraverso una social media strategy ben costruita.

L’utilizzo degli hashtag innanzitutto è molto utile perché ti permette di trovare subito ció che cerchi grazie al processo di indicizzazione. I musei possono sfruttarlo a loro favore cercando di favorire l’engagement dei propri follower, attraverso contest (anche fotografici su Instagram o Tumblr) legati all’hashtag stesso.

Il 18 maggio anche la Germania ha partecipato alla Giornata Internazionale dei Musei e – per esempio – sono stati lanciati gli hashtag #IMT14 e #MyCollection14 per provare a coinvolgere maggiormente i visitatori in questo evento.

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