Musei e 3D: quando l’arte si tocca con mano

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Sempre più, i musei oggi stanno aprendo le porte alla tecnologia in 3D. No, non è un sogno e no, non stiamo parlando degli ormai classici tour virtuali disponibili online. Si tratta della reale riproduzione in 3D degli oggetti presenti nelle collezioni museali, dagli artefatti alle sculture, ai reperti archeologici. Seguendo il motto “più possiamo vedere, più possiamo conoscere”, alcuni musei hanno infatti dato il via a programmi di digitalizzazione in 3D delle loro collezioni.

Smithsonian Institution

Capolista di questa corrente innovativa è sicuramente lo Smithsonian, che ha recentemente iniziato a creare un archivio digitale in 3D dei propri manufatti storici. Si tratta di un compito allo stesso tempo affascinante e impegnativo, soprattutto se si considera che lo Smithsonian ospita il più alto numero di manufatti al mondo – circa 137 milioni di reperti! – di cui solo l’1% è esposto.

Lo Smithsonian’s Digitization Program Office ha iniziato con la digitalizzazione di circa il 10% della  collezione. Lo staff del progetto è all’opera sulla digitalizzazione delle collezioni tramite fotografia, mentre si stanno sperimentando innovazioni tecnologiche, preferibilmente in 3D, per accelerare l’acquisizione di immagini degli elementi tridimensionali delle collezioni museali.

Il programma è finanziato annualmente dallo Smithsonian stesso con un budget di $350.00, ma il progetto è persino più ambizioso e mira a trasferire il laboratorio 3D dalla struttura in cui si trova ora nel Maryland ad un nuovo centro innovativo disegnato appositamente per il National Mall. Presso la nuova sede, il pubblico potrà vedere da vicino alcune tra le più recenti tecnologie 3D e persino utilizzarle per la produzione delle proprie stampe 3D dei reperti del museo in una sorta di “maker lab”. Una stampante 3D può creare in pochi minuti la replica plastificata di qualsiasi tipo di oggetto, riproducendone il modello digitale strato per strato.

In questo progetto, il fattore chiave è il tempo. Per digitalizzare in tre dimensioni l’intera collezione sarebbero necessarie alcune decine di anni – se poniamo come standard produttivo la scansione di un oggetto al minuto, per 24 ore al giorno e 7 giorni alla settimana! Per velocizzare i tempi, lo Smithsonian ha già coinvolto partner privati e potrebbe anche ricorrere ad iniziative di volontariato.

Wayne Clough, Segretario dello Smithsonian, afferma: “I musei affrontano una sfida  molto più grande rispetto alla digitalizzazione dei documenti da parte di biblioteche e archivi, dal momento che il più delle volte i manufatti da scansionare sono tridimensionali.”

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Ad oggi, lo Smithsonian ha scansionato già più di 20 artefatti, visibili in modo interattivo grazie alla tecnologia Autodesk e a 3D Systems. Il museo ha anche creato lo Smithsonian’s X 3D Explorer web portal, attraverso il quale i visitatori possono non solo osservare i rendering in 3D dei reperti, ma anche scaricare le immagini per uso personale o didattico (l’operazione è concessa solo agli utenti registrati). Nonostante gli oggetti scansionati siano ancora pochi, la loro importanza è comunque notevole: sono presenti, ad esempio, la testa del Presidente Lincoln, il Flyer del 1903 dei fratelli Wright, un antico Buddha Cosmico cinese e la Cannoniera Philadelphia risalente alla Rivoluzione Americana.

Günter Waibel, direttore del programma 3D, crede fortemente nell’apertura al pubblico di questo tipo di tecnologia. A tale proposito è stata creata una pagina Facebook in cui vengono condivise sia le immagini 3D degli oggetti, sia i video con le operazione di scansione.

Waibel ha inoltre affermato che “il progetto sta cambiando le funzioni di base dei musei: i curatori e gli educatori potranno usare i dati in 3D come struttura di base per raccontare le storie dei reperti o per incoraggiare gli studenti alla  loro scoperta. I conservatori potranno comparare lo stato attuale di un reperto rispetto al passato, dal momento che un’analisi della variazione dei dati 3D potrà raccontare quali cambiamenti sono avvenuti e i dati grezzi potranno essere scaricati come supporto a future indagini e operazioni di stampa in 3D”.

Harvard University Semitic Museum

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L’uso fatto della tecnologia 3D al Museo Semitico di Harvard è stato invece più mirato. Lo scopo era quello di realizzare un modello in cui ripristinare nella sua interezza il cosiddetto “Leone di Nuzi”, una statua rinvenuta nel 1930, in condizioni frammentarie, nel sito di Yorghan Tepe (l’antica Nuzi), nell’odierno Iraq. Per raggiungere l’obiettivo, il museo è ricorso all’aiuto di specialisti del settore, in particolare gli operatori della società Learning Sites. Il leone è stato così “modellato” graficamente: dapprima sono state scattate centinaia di fotografie, prese da ogni angolazione, in modo da ottenere una rappresentazione tridimensionale di ciascun frammento; dopodiché, grazie ad un software specifico, è stato possibile unire le varie parti e stampare, in poliuretano espanso ad alta densità, una copia del reperto in scala 1:1.

Il progetto è stato un successo. Joseph Greene, vice direttore e curatore del museo, conferma: “La creazione di immagini 3D, anche senza arrivare alla stampa, è un metodo perfetto per studiare, conservare, diffondere ed educare attraverso gli oggetti; e vi si può ricorrere non solo per i reperti materiali, ma anche per i monumenti ancora esistenti”. “Il Museo Semitico, continua Green, possiede migliaia di oggetti a cui questa tecnica potrebbe essere applicata, e lo stesso vale per altri musei nel mondo”.

Asian Art Museum (San Francisco)

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[Il team di Dreambox al lavoro]

Nonostante questo museo non abbia un vero e proprio progetto in 3D ha comunque aperto i battenti a questa tecnologia, invitando il suo pubblico più affezionato, insieme agli operatori di Autodesk e alla community di MakerBot (“amici” del museo, artisti e amanti del fai-da-te) ad una sorta di maratona del 3D: una settimana in cui poter catturare tridimensionalmente qualsiasi oggetto desiderassero, con la sola clausola di includere almeno cinque pezzi indicati dal museo in quanto storicamente significativi e particolarmente adatti ad essere scansionati. Il progetto non prevedeva l’uso di alcun software professionale, quanto piuttosto di 123d catch, un software di grafica completamente gratuito (ebbene sì, chiunque lo può scaricare!). L’aspetto più importante di questa iniziativa è stato l’aver permesso a chiunque di creare modelli 3D della collezione museale utilizzando solo fotocamere SRL o i propri smartphone e tablet. Il museo ha dimostrato così che è possibile interagire in modo nuovo con il proprio pubblico. Da notare: al momento della “maratona 3D”, il museo non possedeva una propria stampante: questa è arrivata solo un anno dopo sotto forma di distributore automatico di stampe in 3D!

Metropolitan Museum of Art

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[Jean-Antoine Houdon, Bather: due esempi di derivazione per la stampa in 3D]

Un progetto molto simile è stato realizzato anche dal Met. Il museo, infatti, ha avviato una partnership con la stessa community di MakerBot al fine di discutere e di mettere in pratica la tecnologia emergente dell’acquisizione e della stampa 3D. Lo scorso giugno (2013) il museo ha aperto i battenti ai membri della community perché scansionassero (ricorrendo, anche in questo caso, a 123d catch) e stampassero gli oggetti appartenenti alle sue collezioni, di nuovo in una specie di “maratona” (la Met MackerBot Hackathon). Le copie sono state create grazie al cosiddetto “The Replicator”, probabilmente ad oggi la stampante 3D più innovativa sul mercato. L’iniziativa, nata con lo scopo di valutare le potenzialità della scannerizzazione e della stampa in 3D nel coinvolgere e interessare visitatori e artisti ai reperti del museo, è stata ancora una volta un successo.

Nel frattempo, anche altri progetti stanno iniziando a sorgere: gli archeologi della Cornell hanno stampato in 3D delle tavolette cuneiformi; alcuni ricercatori della Loughborough University (Gran Bretagna) stanno restaurando manufatti provenienti dalla Città Proibita di Pechino utilizzando stampanti 3D; all’Università del Texas A&M, gli studenti sono impegnati a riprodurre copie di antichi strumenti da lavoro di età romana con la stessa tecnologia.

Let’s think social!

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L’uso della tecnologia 3D da parte dei musei coinvolge anche i social network. Mostrare sul sito e sui canali social  del museo modelli 3D della propria collezione non può che avere riscontri positivi, e la comunicazione online si arricchirebbe di contenuti nuovi ed invitanti. Tali contenuti, infatti, non solo fungerebbero da esempio di competenza e di professionalità, ma potrebbero attirare nuovi visitatori dalle comunità “tecnologiche”, generalmente non molto dedite a recarsi nei musei.

L’esperienza dell’Asian Art Museum e del Met mostra inoltre come sia facile per i visitatori avere un ruolo più attivo e dinamico grazie alla disponibilità di software gratuiti. Sempre di più, infatti, le persone si recano al museo non solo per vedere, ma anche per fare. Don Undeen, Senior Manager del MediaLab al Metropolitan Museum of Art, sostiene che “gli strumenti e le attività in 3D stanno diventando accessibili ad una gamma sempre più ampia di persone. L’idea è quella di offrire al pubblico l’opportunità di creare un’immagine in 3D: le persone si sentiranno così più coinvolte nella progettualità del museo, mentre il museo, cosa che è ancora più importante, starà condividendo le sue informazioni nel modo più aperto possibile”.

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[La pagina del Metropolitan su Thingiverse]

Siti web come Thingiverse ospitano modelli tridimensionali (che possono essere scaricati) presi da collezioni museali. Una volta che il museo, o un semplice visitatore, carica un’immagine sul sito, questa diventa un “bene comune”, accessibile da un numero sempre più ampio di persone, che, di riflesso, si interesserebbero al museo stesso.

Sembra, dunque, che la tecnologia 3D rappresenti un nuovo punto di vista attraverso cui guardare il rapporto tra musei e pubblico. È lo stesso Waibel a dirlo: “I musei oggi stanno davvero attraversando una fase di ripensamento del loro rapporto con il pubblico, in cui è il pubblico stesso ad aiutarli a percorrere il loro percorso di apprendimento, qualunque esso sia”. Da una parte, dunque, aumenta la possibilità di essere coinvolti nella vita del museo; dall’altra, il prezzo di scanner e stampanti 3D sta scendendo. Questi due fattori, messi insieme, stanno trasformando il modo in cui i musei collezionano, conservano e studiano i loro manufatti.

Come abbiamo visto, non sono molti i musei che al momento stanno portando avanti progetti legati alla tecnologia in 3D, tuttavia i risultati, per quanto preliminari, sono già molto incoraggianti. Se istituzioni importanti quali il Met e lo Smithsonian continueranno a tenere aggiornati i loro progetti, state pur certi che altri progetti simili faranno presto la loro apparizione nel corso dei prossimi anni. Certo, per i piccoli musei le cose sono molto più complicate, anche considerando il costo degli strumenti e dei software necessari. Queste realtà, tuttavia, possono avvalersi dei software gratuiti disponibili in rete, che, per quanto non professionali, rimangono un valido aiuto alla creazione di modelli tridimensionali.

Personalmente, sono davvero convinto che la tecnologia 3D possa non solo attirare un numero maggiore di visitatori nei musei, ma anche rinnovarne e incoraggiarne il rapporto. Proprio su questo ultimo aspetto concordano Liz Neely (Director of Digital Information and Access, Art Institute, Chicago) e Miriam Langer (Professor of Media Arts & Cultural Technology, New Mexico Highlands University): “Una cosa certa è che incoraggiare il pubblico museale a guardare più da vicino, ad entrare in connessione con un oggetto grazie alla scannerizzazione, ad impararne la storia e le vicende ad esso legate grazie alla stampa e alla diffusione, è perfettamente in linea con la missione della maggior parte dei musei. È giunta l’ora di ‘Sentire il museo’”.

Concludo citando ancora una volta Günter Waibel: “Nessuna tecnologia sarà mai in grado di sostituire l’emozione di vedere di persona un manufatto autentico. Ma questa tecnologia ci offre modi diversi di conoscere la nostra collezione e modi nuovi di raccontarne le storie, e non solo ai visitatori del museo”.

Come sempre, quindi, #svegliamuseo!

Giacomo Pullano @PullanoGiacomo

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Giacomo Pullano, 29 anni, si è recentemente laureato presso l’Università di Southampton (UK) in Maritime Archaeology. In precedenza, ha completato la Laurea in Scienze dei Beni Culturali con indirizzo archeologico all’Università di Pisa.

Giacomo è affascinato dall’ambito museale, e dalle potenzialità che queste istituzioni hanno nell’avvicinare e nel far interagire il visitatore con la storia e la cultura di un luogo. Per questo motivo, ha scelto di iscriversi ad un master in New Media Communication.

È inoltre appassionato di fotografia digitale, e ha recentemente frequentato un corso di fotografia per i beni culturali. Nel futuro vorrebbe riuscire a mettere pratica questo suo interesse all’ interno di progetti museali. Intanto, ha creato un blog tutto suo, “If I Were a Photographer“.

Potete trovare i suoi lavori anche su Flickr. Se invece volete mettervi direttamente in contatto con lui non esitate a cercarlo su LinkedIn o a scrivergli una mail.