MWF2014: siamo sulla strada giusta!

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Si è conclusa da pochissimi giorni la prima conferenza tenutasi in Italia sul tema musei e web e vorremmo condividere qualche commento a caldo con la community di #svegliamuseo, mentre promettiamo che nelle prossime settimane cercheremo di elaborare i tanti spunti di questi giorni in qualcosa di più approfondito e professionale.

“Curiosity, connection & creation”: il museo futuristico

Partiamo dal titolo della conferenza, museums and the web: qualcosa che suona ancora “alieno” nel nostro paese e che a tratti lo è sembrato anche a noi (due archeologhe proiettate nell’avanguardia tecnologica), ad esempio quando abbiamo visto Neal Stimler, Associate Digital Asset Specialist al Metropolitan Museum of Art, aggirarsi per la prima volta tra i suggestivi dipinti del Vasari nel Salone del Cinquecento. Già dalla definizione del suo ruolo si capisce che Neal arriva da un mondo che ha fatto il passo “oltre”, ma quello che lo distingueva era altro: il Google Glass che non si è mai tolto e che ha presentato il secondo giorno davanti ad una platea estasiata, divisa tra qualche remora (“sembreremo tutti robot un giorno?”) e la fascinazione di uno strumento che può essere molto utile ai musei (scoprite qui come).

Ma l’Italia, è davvero così indietro? Ed ecco che arriva una risposta incoraggiante per tutti, quella del Museo Egizio di Torino, che ha sperimentato il Google Glass in sinergia con Rokivo, Vidiemme e l’Ente Nazionale Sordi (ENS). Il progetto si chiama GoogleGlass4LIS e appartiene alla categoria di progetti che pensano sì al futuro ma anche, e soprattutto, al visitatore. Perché, come ha dichiarato Robert Stein del Dallas Museum of Art, “the audience is not a faceless mass”, “il pubblico non è una massa senza volto”.

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Kris Kitchen, My Lady of the Glass, 2014

Museums and the Web non è stato solo Google glass, ovviamente. Si è parlato molto di mobile e abbiamo scoperto che anche in questo settore l’Italia non è al “rallenty” come si tende a credere. Tante le app made in Italy presentate nei diversi giorni ed è italiano Paolo Paolini, docente al Politecnico di Milano e coordinatore scientifico di HocLab, che ha parlato in maniera ispirata di quali debbano essere i principi base della tecnologia applicata al mondo museale.

Le città non sono smart se non lo sono le persone

Anche se il tema della conferenza erano le SMART cities, il centro dell’attenzione di tutti sono state le persone. A partire dall’illuminante discorso di Rob Stein, che ha aperto le danze il primo giorno,  con un intervento che già dal titolo parlava di unire i puntini tra metodologie digitali, patrimonio culturale e società moderna. E non è un caso che il Dallas Museum of Art abbia avviato, negli ultimi anni, un programma di ingresso più membership gratuiti (DMA friends): arrivati al museo, basta registrarsi su un tablet fornito all’ingresso, e si ripaga il museo con i propri dati invece che in moneta. A cosa servono questi dati? A creare esperienze ad hoc per il visitatore. I risultati? Più visitatori, o meglio, più visitatori che ritornano.

Ma dietro al visitatore odierno c’è molto di più, almeno secondo Cory Doctorow (secondo key note speaker della giornata, qui il testo integrale). Perché viviamo in un’era in cui il visitatore, grazie alla tecnologia, si fa quotidianamente, lui stesso, archivista e curatore dei contenuti che lo circondano. Può aspettarsi di meno da un museo che avere accesso a tutte le sue informazioni, che in modi diversi ha contribuito a valorizzare e tutelare? Ecco allora che si arriva ad una delle questioni cruciali di tutta la conferenza, quella dell’open GLAM: la necessità di investire nell’archiviazione, nella tutela e nell’accessibilità perché la cultura è un “public good”, un bene comune.

E come aprirsi al pubblico, invece?

Essere social, essere open

Certamente, un modo di essere “aperti” – licenze Creative Commons a parte – è quello di essere raggiungibili dal proprio pubblico e disponibili al dialogo. Quale strumento migliore dei social network per farlo? Ve lo stiamo dicendo già da mesi, ma abbiamo avuto modo di ribadirlo durante il nostro intervento (ad alto livello emozionale per Francesca che parlava e Aurora che twittava) nella Social Media Best Practice Parade (questo è il nostro storify del panel). Sul palco insieme a noi, due musei italiani decisamente della categoria di quelli “già ben svegli”, Palazzo Madama di Torino e il Museo di Storia Naturale di Firenze, oltre ai colleghi di Invasioni digitali e a un museo russo di cui sentirete presto parlare sulle nostre piattaforme, il Museo Storico di Mosca (è l’Anno del Turismo Italia – Russia 2013-2014 e noi non ci tiriamo indietro davanti ad un’ottima opportunità di collaborazione…).

È stato ispirante ascoltare Carlotta Margarone che raccontava l’esperienza di Palazzo Madama, un museo che è riuscito a coinvolgere i visitatori reali e appassionati in un dialogo virtuale reciproco e costruttivo per entrambi i protagonisti.

Essere un museo open, oggi, significa ascoltare, saper inventare e proporre nuovi contenuti e nuovi linguaggi, ma anche poter chiedere aiuto al proprio pubblico quando se ne presenta la necessità. Palazzo Madama ci è riuscito per ampliare la propria collezione di antichità (volete scoprire cosa hanno chiesto? Scopritelo qui), mentre altri musei ben più famosi hanno fatto ricorso al crowdsourcing per potenziare la propria rete di risorse. Gli esempi che ci hanno raccontato a Firenze? Tate art maps, internazionale, famoso e sperimentato con un target insolito come le donne emigrate in UK, e Archeowiki, italiano, nato dall’energia e dalla voglia di fare di due ragazze (sarà per questo che il progetto ci è piaciuto fin dal primo minuto?).

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Una delle bellissime slides di LaMagnetica

Un interessante progetto spagnolo, La Magnetica, ha anche ribadito l’importanza di “fare rete”, e con la rete di creare una community, in particolare su Twitter. Noi ci abbiamo provato come official bloggers e twittatrici incallite (nel senso che ci è venuto il callo da scrittura smart) per #mwf2014: sembra che ci siamo riuscite, guardare (più in su) per credere (grazie a voi che ci seguivate, live o da casa)!

Vorremmo concludere questa carrellata con un promemoria per tutti da parte di Rob Stein (si vede che ci ha ispirate particolarmente?): con le tecnologie, visto il ritmo con cui cambiano e si evolvono, il massimo a cui si può aspirare, quando si pianifica, è “la cosa migliore nell’arco di qualche settimana”. Insomma, non abbiate paura di lanciarvi, di fare quello che è nelle vostre capacità oggi e di farlo meglio domani (qui stiamo citando Nancy Proctor, Deputy Director for Digital Experience al Baltimore Museum of Art e Co-Chair di Museums & the Web). E soprattutto, davvero, non abbiate paura di osare… a quanto pare, anche negli Stati Uniti i musei si sono buttati sui social non perché fossero mai arrivate direttive dall’alto, ma perché qualcuno, dal basso, voleva sperimentare un’idea.

E allora, #svegliamuseo, e via alla sperimentazione! 

Aurora + Francesca

#moretocome (nel frattempo, per essere sicuri che prendiate la strada social giusta, vi lasciamo un veloce “manuale d’uso” distribuito da The Flod durante la masterclass “People, Places and Things” dell’ultima giornata di studi).

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