Professioni del digitale, social media e dinamiche di co-creazione: riflessioni su #MCN2014

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Tra mille (dis)avventure – tra cui un volo cancellato e un aereo direttamente arrivato dagli anni ’90 – , si è conclusa la nostra esperienza ad #MCN2014 e siamo tornate da Dallas pronte a condividere con la community di #svegliamuseo quanto abbiamo imparato dalla quarantaduesima conferenza annuale di Museum Computer Network.

“Think big, start small, create” ci ha lasciato addosso la bella sensazione di aver preso parte all’incontro tra alcuni dei grandi nomi del panorama museale mondiale, che ha assunto, in certi momenti, i tratti di una rimpatriata tra vecchi amici, serata al karaoke compresa.

Il programma della conferenza è stato ricco e l’approccio agli argomenti molto propositivo ed “energico”, come si può dedurre già dagli interventi inaugurali, che hanno aperto numerose finestre sui temi al centro del dibattito museale a livello globale. Dalle interconnessioni tra istituzioni ai difficili rapporti con la Direzione, dall’accessibilità e l’inclusione/esclusione delle minoranze alle opportunità offerte dai nuovi linguaggi e – perché no – le difficoltà di affrontare infiniti meeting con i colleghi e i metodi per trovare lo spirito giusto che le trasformi in momenti costruttivi: consigliamo vivamente di trovare il tempo per guardare almeno i video degli Ignite Talk – che durano 5 minuti! – messi a disposizione da MCN nel proprio canale YouTube.

Drammi, trionfi e desideri del professionista del digitale museale

Fin dall’inizio, il tema che ha contrassegnato le varie sessioni in maniera più o meno articolata è stato una riflessione sulle figure professionali del digitale e su come queste si evolvono all’interno delle istituzioni. Nel suo Ignite Talk, Maxwell L. Anderson, direttore del Dallas Museum of Art, ha parlato della necessità di tradurre le discussioni su tecnologia, innovazione e digitale affinché siano accessibili ai direttori, tradizionalmente a disagio con temi a loro poco familiari. Tra gli esilaranti “consigli”, Anderson raccomanda di togliere da project plan e proposte di finanziamento proprio i termini “digitale” e “tecnologia”, che nulla hanno a che vedere con quello che veramente interessa un direttore, e sostituirli con le parole “crowds” e “buzz” (che potremmo tradurre con “folle (da attrarre)” e “molto rumore (sul museo)”). In altre parole, nel rapporto con il management è più efficace concentrarsi sui problemi che si risolveranno grazie all’uso del digitale, piuttosto che sui processi e le riflessioni che motiverebbero la sua adozione.

In più occasioni, il richiamo alla Tate Digital Strategy ha ricordato come sia necessario che il digitale si insinui nel tessuto strutturale di un museo piuttosto che rimanga chiuso in un dipartimento specializzato a sé stante. L’incremento delle competenze informatiche dello staff è uno dei punti su cui bisogna lavorare per raggiungere questo obiettivo. Si tratta di diminuire il “digital divide” del personale attraverso formazione e aumento della consapevolezza, ma anche e soprattutto di insistere perché questi argomenti diventino quotidiani anche per la fascia dirigente. Come sottolinea Jeffrey Inscho, “technology needs a voice at the adults table”.

In questo senso, è da mettere in discussione la capacità dei musei di riconoscere il tipo di figura professionale necessaria a ricoprire un ruolo finalizzato all’implementazione di una strategia digitale. A professionisti della comunicazione, creatori di contenuti e specialisti di analisi, si devono infatti affiancare anche figure con capacità tecniche. Nel panorama italiano, ma anche all’estero, la figura dell’IT manager in un museo è praticamente solo amministrativa e, spesso, prende la forma del signore a cui telefonate quando vi si inceppa la stampante. Tuttavia, la trasformazione digitale necessita un superamento di questa concezione. Per mettere in pratica scelte strategiche legate al digitale, servono professionisti che siano in grado di pensare alla tecnologia oltre le funzioni di help-desk ed è necessaria un’integrazione di professionalità che possano contribuire con know how specialistici.

La discussione di MCN2014 ha anche affrontato i motivi per cui talvolta i professionisti del digitale museale hanno lasciato le loro posizioni, spesso allontanandosi dal settore culturale o assumendo il ruolo di consulenti. Se pensiamo che i rappresentanti di questo panel – tra le più importanti voci in questo campo – hanno scelto di abbandonare i grandi musei per muoversi verso ruoli in cui potessero “cambiare il settore più radicalmente”, liberi dai limiti istituzionali e burocratici, fa ancor più riflettere il fatto che in Italia la stessa figura professionale non sia nemmeno ancora entrata ufficialmente nei musei.

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Piccoli passi: idee semplici + mai dimenticarsi del visitatore

Il motto dell’edizione di quest’anno – “Start small” – ha trovato terreno fertile nelle varie sessioni. Abbiamo notato come persino i grandi musei debbano procedere per piccoli passi per realizzare idee ambiziose. Interazione, approccio incentrato sul visitatore e analisi dei dati sono le parole d’ordine per coloro che devono perorare la causa (e trovare i fondi). Dai progetti digitali che partono dai comments books, soluzione non tecnologica per sondare le opinioni dei visitatori, a Google Cardboard, prodotto a costo minimo per rendere la sperimentazione con realtà virtuale più accessibile: sono tanti gli esempi di come sia molto più efficace “iniziare dal piccolo”, mettere alla prova un’idea e portarla alla fase successiva sulla base dei feedback e di cicli di “test”.

Interessante come il sondaggio condotto da Antenna Lab + IMA Lab + Cleveland Museum of Art riveli approcci diversificati nei confronti dell’analisi dei dati da parte dei musei. In un settore in cui le risorse sono sempre più ristrette, non si può prescindere da un’osservazione dei comportamenti di utenti/visitatori per trarre conclusioni sui ROI, motivare gli investimenti e informare decisioni future. Ci domandiamo quanto i musei italiani riflettano su questo punto. Infatti, troppo spesso la progettazione dei servizi, dei prodotti e delle esperienze digitali è guidata dall’ego istituzionale piuttosto che dalla necessità di assecondare i bisogni e le abilità dei pubblici. Particolarmente interessante, in questo senso, la sessione dedicata all’accessibilità digitale, premessa che dovrebbe guidare la realizzazione dei progetti secondo i principi dello universal design, sfruttando gli strumenti di accessibilità già esistenti.

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Co-creazione e social media

Parlando di social media e di engagement del visitatore in senso più esteso, quello che traspare da MCN2014 è che sia caduta definitivamente la distinzione tra audience virtuale e pubblico in sala, e i professionisti della comunicazione museale si muovano verso soluzioni integrate che siano in grado di dare una voce chiara e riconoscibile al museo. Argomenti centrali in questi giorni sono stati la co-creazione dei contenuti e il potenziamento dell’interazione in galleria.

In questo senso, i social media ci vengono in aiuto quando sono in grado di fornire un accurato insight dell’esperienza di visita del pubblico del museo: pensiamo, ad esempio, a quanto un semplice video di 6 secondi su Vine può dirci su quali opere il visitatore ha puntato l’attenzione e per quali particolari aspetti, sui movimenti che questi ha compiuto all’interno della sala o delle sale, sulle modalità con cui si è approcciato agli spazi e ai contenuti del museo.

Parimenti, strumenti come Instagram sono a disposizione delle istituzioni perché comunichino al pubblico un’immagine caleidoscopica delle attività e dei contenuti, utilizzando liberamente la creatività per trovare il proprio unico tone of voice. Un esempio che ci ha colpito è quello portato da Morgan Holzer della New York Public Library: il loro account @nypl è assolutamente da consultare per tutti quelli tra voi che sono alla ricerca di una ventata di idee fresche!

Non solo creatività del pubblico e creatività del museo, ma – come dicevamo – anche occasioni di incontro e di creazione congiunta di contenuti. Un esempio? Gli Instameet organizzati, tra gli altri, dalla National Gallery of Art di Washington DC, durante i quali i visitatori sono stati invitati a catturare, nel classico formato quadrato, la loro personale interpretazione di una specifica opera o di un tema assegnato. Da esperienze di questo tipo deriva la riflessione di Alli Burness sui #museumselfie e sulla capacità di riconoscere nelle foto scattate nei musei una volontà del visitatore di “appropriarsi” dell’opera e farla parte del proprio vissuto, di leggerla alla luce della propria identità e trasferire parte di questa identità all’oggetto d’arte, cercando un dialogo con esso. Man mano che la tecnologia mobile sarà sempre più parte della nostra quotidianità, i selfies saranno accettati e normalizzati come semplice modalità di auto-espressione.

Dal momento che i social media diventano sempre più diffusi, sia nelle vite dei visitatori, sia – un po’ alla volta – nei musei, alcune domande sono fondamentali per regolare le nostre strategie nel futuro: quali sono gli obiettivi dei social media per un’istituzione culturale? Come possiamo utilizzare questi strumenti al meglio per creare una connessione con la nostra audience online? Come andare oltre la semplice promozione per, invece, approfondire relazioni personali e aspetti educativi?

Se ci fosse una ricetta segreta del social media manager museale, chi non la vorrebbe sapere? Ci ha pensato Ryan Dodge del Royal Ontario Museum di Toronto: strategia + linee guida per lo staff + formazione + altra formazione + fiducia reciproca. Se è detto da uno dei pochi che è riuscito a creare una gestione diffusa degli account social del museo (ben 8!), allora possiamo a buona ragione credere che questo possa essere l’approccio corretto.

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Altre ispirazioni varie ed eventuali

Infine, in ordine sparso segnaliamo: 1) di seguire l’hashtag #biggiesmalls #mcn2014, utilizzato nel corso della conferenza dai “piccoli musei” presenti a Dallas nel panel dal titolo “Small-Museum Innovators and the Little-Known Small-Museum Digital Revolution”; 2) di monitorare le discussioni nel gruppo Facebook International Museum Social Media Managers, da tutti riconosciuto come un valido antidoto al senso di solitudine che può colpire chi lavora con il digitale in ambito culturale.

MCN è stata, inoltre, palco per l’esplorazione di ogni tipo di media e di argomento connesso allo sfaccettato mondo del digitale. Dal 3D printing alla video production, dalla digital publishing alla definizione di open authority, alle dinamiche di costruzione degli educational games, per finire con il gruppo di makers https://www.acheterviagrafr24.com/acheter-viagra-en-ligne/ Layers of Chaos, che ha invaso la conferenza con assemblaggi di ogni tipo, come un’utile macchina con puntamento laser collegato all’erogazione di tequila.

Insomma, ormai avrete capito che MCN2014 è stata per noi un’importante occasione di incontro, apprendimento e divertimento. Come abbiamo potuto già osservare anche in altre occasioni, la community internazionale dei professionisti del digitale museale è molto unita e disponibile al confronto e allo scambio di risorse.

MCN ha sottolineato ulteriormente questo aspetto, moltiplicando le occasioni di interazione tra i partecipanti, tra le quali ricordiamo una serie di “speed networking” e una crazy night al karaoke. Questo a significare che sono molte le cose che ci uniscono come professionisti in tutto il mondo – al di là di cantare insieme un’evergreen come Bohemian Rapsody – e che solo un’attitudine aperta al confronto e alla critica rende possibile il cambiamento.

La collaborazione è sicuramente un fattore chiave per passare dal “think big” allo “start small” e al “create” che sono in grado, a volte, di rivoluzionare un settore. Non a caso, la parola che ha accompagnato tutti i partecipanti alla conferenza è UBUNTU, ovvero “io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”.

@mapnoterritory + @thePorden