Quando la cultura fa rete: #svegliamuseo e Open Culture Atlas

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Oggi parlano di noi in un articolo molto bello, scritto da persone che di scrittura e lettura ne capiscono un bel po’.

Si tratta degli amici di Tropico del Libro, un portale indipendente dedicato al mondo dell’editoria che probabilmente conoscete già, e che in ogni caso fareste bene a conoscere ora perché il loro motto è “Chi legge trova!” e credono che “solo leggendo (o ascoltando) si possa acquisire la capacità di pensare in modo critico e profondo”. Come non essere d’accordo?

Inoltre, non so se lo sapete, ma Tropico del Libro ha da poco creato una piattaforma collaborativa con un nome molto promettente: Open Culture Atlas.

Cos’è? È un progetto di geolocalizzazione culturale che si propone di essere “il primo motore di ricerca della cultura viva, uno spazio in cui tutti possono aggiungere e trovare sul territorio eventi, luoghi, opportunità e professionisti, una piattaforma di sviluppo condiviso per progetti affini”.

Le parole chiave di Open Culture Atlas sono prospettiva e cooperazione, e proprio in quest’ottica #svegliamuseo ha deciso di collaborare con loro. Perché per noi le persone sono importanti e abbiamo capito che solo facendo rete si può crescere e realizzare un’idea, un piano, un cambiamento.

In che modo collaboreremo? Un primo indizio è nell’articolo di cui vi parlavo alla prima riga, che si trova qui sotto e che potete finire di leggere nel sito del Tropico. Ah, già che ci siete, da lì potete aprire qualche altro link, leggere meglio come funziona Open Culture Atlas e scoprire che è stato selezionato nella rosa dei progetti finalisti del bando CheFare2: arrivati fin qui, non vi resta che votarlo! (Per chi avesse fretta e volesse saltare gli step intermedi, basta cliccare direttamente qui.)

Vi lascio alla lettura e approfitto per ringraziare Sergio ed Edoardo per aver saputo creare una così bella descrizione di #svegliamuseo!

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#svegliamuseo, l’esperienza è parte integrante dell’estetica

“Abbiamo il patrimonio artistico più grande e meno valorizzato al mondo”. Quante volte è capitato di sentire questa frase negli ultimi venti anni? Quante dichiarazioni da parte di ministri? Quante denunce da parte di intellettuali? Quante chiamate d’aiuto da parte di curatori e direttori museali? E, nel frattempo, le collezioni e i siti archeologici italiani continuano a fare la parte delle belle addormentate nel panorama europeo e intercontinentale. Quello dell’arte in Italia è il più classico dei casi “potrebbe, ma non si applica”. Non è una lamentela fine a se stessa, tipica di quella cultura del piagnisteo che ci contraddistingue soprattutto quando si parla di arte e di cultura (tanto che scagli la prima pietra chi non si è mai lamentato dei “troppi turisti” nelle grandi città). Né è banale esterofilia dire che, ogni volta che ci si trova all’estero, i musei sono piacevoli, accoglienti e ben organizzati.

L’esperienza è parte integrante dell’estetica e una brutta visita può rovinare il più grande capolavoro. Una cattiva abitudine che è figlia di due atteggiamenti snobistici che hanno proliferato fin troppo a lungo: da una parte l’adagiarsi sugli allori, il sentirsi troppo a lungo i primi della classe grazie a un’eredità importante quanto ingombrante, e l’idea che la cultura e l’arte siano settori troppo nobili per sporcarsi le mani con la comunicazione e il marketing.

Invece, verrebbe proprio da dire, da grandi collezioni derivano grandi responsabilità.

Proponendo un piglio molto interessante proprio perché volto più a motivare che a criticare, a porgere una mano più che a puntare il dito, da qualche mese è nato un progetto di valutazione della comunicazione museale. Si chiama #svegliamuseo e quell’hashtag in capo fa capire come il tipo di promozione e valorizzazione delle collezioni si riferisca principalmente al mondo digitale e ai reticoli universali e pervasivi dei social network. È un progetto promosso da una piccola squadra composta da giovani esperti di arte, archeologia e media digitali ed è basato su un concetto fondamentale che i nostri grandi artisti del passato hanno scoperto molto prima di noi: per diventare grandi, cominciate imitando i maestri.

I maestri, in questo caso, sono i musei stranieri che utilizzano il web in maniera efficace e interagiscono in modi diversi con grandi community di sostenitori. Gli “apprendisti” sono quei musei italiani che aspirano a compiere questo passo nel mondo digitale al fine di non diventare, secondo il gioco di parole da loro stesse usato, “pezzi da museo”.
Per farlo, gli ideatori di #svegliamuseo — Francesca De Gottardo, Aurora Raimondi Cominesi e Alessandro D’Amore — stanno realizzando una serie di interviste ai manager addetti alla comunicazione (una figura da noi semi-sconosciuta) dei musei stranieri su come funzionano i loro dipartimenti, quante persone contengono e quali iniziative specifiche promuovono per ogni canale social (Facebook, Twitter, Pinterest, Strorify, ecc.). Dall’altra parte sono stati invitati alcuni musei italiani a sperimentare i suggerimenti forniti dai colleghi internazionali.

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