Raccontare il museo #2: quali sono gli ingredienti per una storia accattivante?

13064138253_009010e4ae_bVi siete fatti un’idea più chiara di cosa possiamo fare con lo storytelling e cosa intendiamo quando ne parliamo?

Se ne volete approfittare per un ‘ripassino’, fate un passo indietro e date un’occhiata al post precedente.

Ora cerchiamo di capire quali sono gli ingredienti per creare e raccontare una storia che emerga nel mare magnum della nostra cosiddetta era digitale.

TL;DR

Fino a qualche tempo fa vigeva la regola del TL;DR (Too Long; Didn’t Read) “troppo lungo; non l’ho letto”.

I contenuti dovevano essere agili, le informazioni stringate ed essenziali; i testi dovevano essere pieni di parole chiave e link interni per essere notati dai motori di ricerca. I testi più lunghi di dieci righe, non venivano neanche presi in considerazione. Insomma, un contenuto testuale emergeva dal web solo se aveva tutte queste caratteristiche.

photo credit: marsmet543 via photopin cc

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Ma oggi le cose sono enormemente cambiate. Come nota anche quel genio di Seth Godin, questo acronimo non funziona più sul web, «può andare bene per i corridori, non per coloro che vogliono imparare» (la consonanza in inglese rende la frase ancora più d’effetto «it works great for runners, not so well for learners»). Ora che tutti possono scrivere, pubblicare, inviare email, generare contenuti, insomma ora che tutti possono fare “rumore”, quale modo abbiamo per venir fuori dalla massa? La qualità dei contenuti.

Gli utilizzatori del web sono disposti a spendere il loro tempo su un testo, ma dobbiamo rendere quel tempo ben speso, scrivendo in maniera chiara, con frasi brevi, utilizzando parole semplici e organizzando il testo in modo oculato.

Anche l’occhio vuole la sua parte

Proprio così: non solo contenuto ma anche forma.

Avete mai sentito parlare di “muro di parole”? Sono dei contenuti testuali per il web che risultano difficilmente leggibili (o illeggibili), nonostante contengano dei contenuti di qualità.

Ne parla dai primordi del web Luisa Carrada nel suo utilissimo blog (sapevate che ci sono degli strumenti automatici che valutano la leggibilità dei vostri testi?) e recentemente Riccardo Esposito ha scritto due bei post di consigli su come scrivere meglio e sullo storytelling.

Se si riflette bene, il web è un medium quasi unicamente visivo, dove non si fa altro che leggere utilizzando meccanismi ormai ben conosciuti: prima si guarda e poi si decodifica. Come confermano le indagini elaborate da Jakob Nielsen e da molti altri, più che di lettura sul web si può parlare di esplorazione e se la struttura del testo non è ben progettata il comportamento di lettura dei nostri visitatori sarà una lettura “a F”.

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http://www.nngroup.com/articles/f-shaped-pattern-reading-web-content/

Citando Carrada «in questo modo, molte informazioni rischiano di venire del tutto escluse dall’attenzione del lettore. Se poi si comincia, come spesso si fa, con ritualità introduttive e non con l’informazione più importante, il rischio diventa certezza». È molto più consigliabile dividere il testo in un “millefoglie” – per mantenere la metafora della studiosa – : «[…] capoversi brevi, staccati e titolati con chiarezza, da scorrere subito e velocemente uno dopo l’altro». Ovviamente ricordandosi di inserire la cosa più importante, il messaggio principale all’inizio. Sempre.

Dalla forma alla sostanza

Ora abbiamo qualche dritta in più per organizzare graficamente i nostri testi. Ma delle parole ben impaginate senza una storia ben raccontata, non valgono nulla.

L’esperto di comunicazione e media Jasper Visser  – da cui trarrò alcuni spunti per questo approfondimento – in un bel post sul suo blog “The Museum of the Future”, ha provato e delineare le caratteristiche che deve avere una storia per attirare l’attenzione del pubblico e soprattutto per far sì che il pubblico interagisca con la voce narrante (ovvero l’istituzione stessa).

Innanzitutto la fiducia e la coerenza. Gli ascoltatori hanno fiducia nel narratore? Esiste coerenza tra ciò che sei e ciò che racconti? Sembra un dettaglio, ma in realtà è la solida base di partenza per qualsiasi operazione di storytelling.

Inoltre la storia deve:

essere unica e deve avere dei contenuti inaspettati. Pensate a quanti miti o luoghi comuni si potrebbero sfatare se i musei cominciassero a raccontare tutte le storie “inaspettate” che ci sono al loro interno!

– svilupparsi cercando di muovere emozioni. Le più grandi narrazioni – dalle guerre omeriche ai gialli di Conan Doyle – si basano sulle emozioni: fondamentale utilizzare nella narrazione conflitti, soluzioni, tensioni, misteri e rivelazioni.

parlare del pubblico, deve generare relazione, in modo che gli ascoltatori possano identificarsi con i nostri personaggi. Per usare le parole di Nancy Duarte «bisogna trattare i propri ascoltatori come degli eroi, ogni volta che dici loro qualcosa».

creare connessioni fisiche nella vita reale, non deve essere fine a se stessa, deve essere capace di trasformare un lettore interessato in un partecipante entusiasta.

photo credit: Jill Clardy via photopin cc

photo credit: Jill Clardy via photopin cc

Non guardatemi così. Non vi avevo mica promesso che sarebbe stato semplice!

È ovvio, creare e scrivere una storia che riguardi il nostro pubblico non è per nulla semplice, abituati come siamo a parlare principalmente di noi stessi. Ma lo storytelling richiede creatività.

In ogni caso, penso che dovremmo semplificare e “smitizzare” l’idea che abbiamo del digital storytelling: come suggerisce Visser, l’aggettivo digitale si riferisce solo all’epoca storica in cui ci troviamo, il nostro obiettivo è raccontare una storia nel migliore dei modi. Non è un’arte essere digitali, ma essere bravi storyteller lo è.

Siete curiosi di sapere chi è riuscito a raccontare una buona storia? Rimanete sintonizzati e #svegliamuseo!

Alla prossima puntata.