Raccontare il museo #3: chi l’ha fatto (bene) e come

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Nei post precedenti abbiamo cercato di capire cos’è lo storytelling e quali sono alcuni degli ingredienti che possono aiutarci a raccontare nel miglior modo una storia.

Ora proviamo ad analizzare dei casi in cui musei più o meno rinomati sono riusciti a portare avanti una buona azione di storytelling. È bene ricordare che in questi casi non c’è un principio assoluto generale: ogni istituzione ha valutato lo specifico contesto in cui opera e ha elaborato una strategia di engagement mirata. Altrettanto ovvio è che questi sono solo alcuni dei tanti esempi che potevano essere presi in considerazione e invito tutti coloro che ne conoscono altri a segnalarli nei commenti.

Lo storytelling “indiretto” – Delaware Art Museum

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Screenshot “The Art of Storytelling”

Nel 2007 il museo d’arte del Delaware lancia un progetto che già dal nome non lascia nulla al caso: “The Art of Storytelling”. L’idea era quella di integrare le visite guidate delle scolaresche al museo e i programmi formativi scolastici con un momento di coinvolgimento diretto dei partecipanti. Poi però il progetto si amplia, viene allargato il target a cui si rivolge e gli viene dedicato un apposito sito (collegato ma autonomo rispetto al sito web del museo).

L’idea è semplice: raccontaci la storia che ti ha ispirato questo o quel quadro che hai potuto ammirare durante la tua visita al nostro museo. Nella sua semplicità, l’idea funziona e ben presto diventa un punto di riferimento per la comunità e attira le attenzioni degli specialisti. Dopo le prime 6 settimane sono arrivate al museo 350 storie.

Allora il museo pensa bene di allargare il suo bacino di potenziali partecipanti al progetto e decide di caricare online una galleria di immagini dei suoi dipinti più famosi per permettere anche alle persone che non hanno mai visitato il museo di poter raccontare la propria storia. In realtà il museo fa molto di più: aggiunge un’ulteriore sezione al sito dedicato (“Picture a story”) in cui è addirittura possibile creare la propria “storia per immagini” prendendo elementi, paesaggi e personaggi dai dipinti caricati online dal museo.

A distanza di diversi anni, il sito contiene migliaia di storie (raccontate attraverso parole ed immagini) categorizzate per soggetto o tema, valorizzate, votate e incentivate (le migliori vengono registrate dagli utenti stessi e inserite nelle audio-guide ufficiali).

Riprendendo le parole dei curatori, «abbiamo scoperto che stimolare la capacità di raccontare dei visitatori è un modo efficace per coinvolgerli e per indurli a pensare e a guardare l’arte in maniera critica e creativa allo stesso tempo. Inoltre queste iniziative hanno un riscontro positivo anche per le istituzioni museali sia perché si raggiungono e si coinvolgono nuovi pubblici sia perché permettono di ricevere un valido feedback dell’azione svolta del museo nella comunità» [Fisher M. et alii, The Art of Storytelling: Enriching Art Museum Exhibits and Education through Visitors Narratives, 2008].

Lo storytelling “diretto” – Statens Museum for Kunst

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Screenshot “Stories form Conservator”

La Galleria d’arte nazionale della Danimarca dal 1998 (anno in cui è stata inaugurata la nuova ala del museo) fino ad oggi, ha sempre inseguito rinnovamento e innovazione.

Oltre ad un’eccellente opera di digitalizzazione e condivisione delle sue maggiori opere online e a diversi programmi di coinvolgimento da parte di target giovani o molto giovani, la Galleria ha intrapreso un’interessante e mirata azione di racconto del museo portata avanti dai restauratori e dai curatori. Come si usa dire, il nome è tutto un programma ma è semplice ed efficace: “Stories from the Conservator”. Non lezioni, non articoli specialistici. Storie. Che bellezza!

I post sono brevi, ricchi di immagini e redatti utilizzando un vocabolario semplice e termini di uso comune (ovviamente tutti i post – ma possiamo anche dire tutto il sito – sono scritti in doppia lingua: danese e inglese). Non sono previsti commenti ai post, ma la discussione, le domande e le curiosità si spostano facilmente sulla pagina Facebook o sul profilo Twitter del museo.

Nello stesso spazio dedicato al lavoro e al racconto dei restauratori attraverso la scrittura, c’è anche un altro pezzo di una grande azione di storytelling: la sezione video. I restauratori in tre minuti parlano del lavoro che stanno svolgendo, di come lo stanno svolgendo e del perché. Nessun “parolone” o tecnicismo, si spiega il proprio lavoro come lo si farebbe a degli amici al tavolo di un bar, senza mai essere banali. Per chi se lo stesse chiedendo, sì, i video hanno tutti i sottotitoli in inglese.

Per concludere, il museo ha anche un blog in cui vengono trattati temi maggiormente specialistici e metodologici (ad esempio, “Possono degli adulti essere tentati a fermarsi a disegnare nel bel mezzo di una mostra d’arte?”) in maniera meno assidua.

Lo storytelling “partecipativo” – il MoMA

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Screenshot “Inside/Out”

Per concludere la nostra rassegna, diamo un’occhiata alle scelte strategiche del colosso museale di New York.

L’istituzione museale – senza entrare nel merito della sua disponibilità economica e di personale – ha deciso di raccontarsi e di farsi raccontare. Nel suo blog (anche in questo caso il titolo è un piccolo capolavoro) – “Inside/Out” – il museo si propone di portare “quello che c’è dentro” al museo, fuori, verso i visitatori, e far “entrare nel museo” ciò che viene da fuori, dai visitatori.

Una genialata semantica.

La trovata non si ferma alla scelta del nome o all’opportunità di porre interno ed esterno del museo sullo stesso livello di importanza e di collegarli sulla stessa piattaforma, ma fa un ulteriore passo in avanti quando si arriva alla categoria “Viewpoints”, punti di vista. La prima sottosezione è “I went to MoMA and” e la seconda “Intern Chronicles” (senza trascurare un altro bello spazio per tutti coloro che volessero scrivere della loro esperienza al MoMA – “Visitor viewpoint”).

Non c’era un modo migliore per dare la stessa importanza e lo stesso spazio sia al parere, al giudizio e al punto di vista dei visitatori che a quello degli operatori museali.

I visitatori possono dare un riscontro immediato della loro visita con gli ormai famosi cartoncini che il museo fornisce all’ingresso e sui quali si possono scrivere, disegnare, astrarre le proprie impressioni (ma non solo).

Insomma, online e offline, operatori e visitatori, tutto nell’attività di storytelling del MoMA è perfettamente integrato per esistere e co-esistere in armonia e coerenza.

* * *

Alla fine di questa rassegna, non vorrei che passasse il messaggio sbagliato, cioè che è facile parlare di strategie di storytelling quando si ha a che fare con due musei nazionali e un signor museo quale è il MoMA.

Perché questi sono solo degli esempi – eccellenti – da cui trarre spunto e più che altro, direi, ispirazione. Perché queste sono solo delle idee sulle variegate possibilità che abbiamo per raccontare le nostre storie. Perché questi sono solo alcuni dei tanti mezzi che abbiamo per rendere le nostre storie avvincenti.

Non dobbiamo ambire ai risultati dei migliori, ma a studiarne i segreti.

Mi piace chiudere con una frase di Baricco che ogni operatore museale dovrebbe stampare, incorniciare e ripassare tutti i giorni: «Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla».

storytelling #3a

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