Raccontare il museo #1: cos’è lo storytelling

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Voi ancora non lo sapete, ma avete sperimentato lo storytelling molto prima di imparare a scrivere. Non ci credete?

“C’era una volta, tanto tempo fa…”, cosa vi ricorda?

L’inizio di una fiaba, di un racconto fantastico, di una storia – appunto. La persona che vi stava raccontando quella storia stava facendo una magica azione di storytelling (riuscivate ad addormentarvi prima di aver ascoltato tutta la storia? Io assolutamente no).

Ultimamente di storytelling se ne parla molto e in diversi ambiti, se ne sottolineano punti di forza e punti di debolezza, ma fondamentalmente è una cosa molto semplice: è raccontare «una storia capace di suscitare emozioni, spiegare i perché, illustrare i come e invogliare l’ascoltatore a cercare il cosa» (Gianluca Fiscato).

È stato portato sotto i riflettori dal mondo del marketing, della comunicazione aziendale e della pubblicità. Anche le grandi aziende si sono rese conto che il brand, il marchio, il “nome” non bastavano più. Le persone (e non più i consumatori) volevano delle storie.

Se volete degli esempi, guardate di nuovo lo spot natalizio di Apple oppure le due campagne pubblicitarie di P&G per Londra 2012 e Sochi 2014.

In Italia ci siamo anche inventati un format televisivo per mettere in evidenza la nostra bravura nello scrivere e nel raccontare. Però – pensandoci bene – chi da tempo ha fatto dello storytelling il suo punto di forza sono senza dubbio i documentari del National Geographic.

Per parlarci di una specie, di una razza o di un ecosistema si sceglie un esemplare (o una coppia), lo si “umanizza” e si racconta la sua vita dall’inizio alla fine, prendendo spunto per raccontarci l’alimentazione, i rapporti sociali oppure come questi animali affrontano la morte.

Non è per caso storytelling questo? Certo che sì e anche della miglior specie.

Ma allora, dato che i musei custodiscono decine di migliaia di storie che attendono solo di essere raccontate, cosa manca loro per fare lo stesso?

storytelling #1

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«Si può fare!»

Nulla. Teoricamente non gli manca nulla.

Hanno le storie (le loro collezioni), hanno il microfono (tutti gli strumenti web, dai social media ai blog), hanno un pubblico (i milioni di utilizzatori della rete), manca loro solo un pizzico di coraggio per alzarsi dalla sedia e cominciare a raccontare.

E perché mai un museo dovrebbe darsi allo storytelling?

Secondo Gary Carson, perché è la sua unica possibilità di salvezza, perché «le storie sono la condizione sine qua non della storia popolare. […] perché lo storytelling è il potente mezzo attraverso il quale passa il moderno apprendimento» [Carson G., «The End of History Museums: What’s plan B?», in The Public Historian] .

Quindi gli scopi fondamentali dello storytelling sono quelli di diffondere e agevolare un nuovo modo di apprendere e di creare coinvolgimento a lungo termine nel pubblico.

Ovviamente non c’è un solo modo di fare storytelling, approssimativamente ne possiamo individuare tre: – storytelling “diretto” (il museo si racconta); – storytelling “indiretto” (i visitatori raccontano il museo); – storytelling “partecipativo” (mix virtuoso di diretto e indiretto).

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Nella maggior parte dei casi, quest’ultima soluzione sembra essere la più efficace soprattutto perché «le persone sono stanche di ascoltare i monologhi dei cosiddetti esperti, vogliono entrare a far parte di una comunità e di entrare in contatto con i loro pari per condividere esperienze, conoscenze e capacità» [Carson G., 2008]. Il museo si troverebbe a svolgere la funzione di primus inter pares; inoltre, incoraggiando il pubblico a registrare, produrre, fotografare e condividere le loro esperienze, si consentirebbe agli individui di creare storie personali e connessioni con il museo e con la storia che esso rappresenta.

E ora?

Abbiamo capito che le storie sono importanti (anzi, vitali). Ma le storie, in quanto tali, non bastano per interessare e coinvolgere il pubblico.

Le nostre storie devono essere ben scritte, ben organizzate e avvincenti.

Se si creano storie intriganti, si invoglia il pubblico a partecipare e a condividere le proprie esperienze, possono accadere grandi cose.

Ma – secondo voi – cosa rende una storia affascinante e coinvolgente?

Rimanete sintonizzati e #svegliamuseo! Alla prossima puntata.

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