Social Media e Mobile al Musée du Quai Branly: sinergie digitali verso una strategia integrata

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Un’istituzione che conserva ed espone arte indigena delle culture Africane, dell’Asia, dell’Oceania e delle Americhe: il Musée du Quai Branly è il più nuovo tra i maggiori musei di Parigi.

Abbiamo avuto l’opportunità di discutere di alcuni aspetti della strategia digitale del Museo con  Sébastien Magro, New Media Manager, e con Candice Chenu, New Technologies Project Manager. Grazie a loro, abbiamo sbirciato tra alcuni dei progetti di un’istituzione che è profondamente improntata verso l’uso del digitale per l’interpretazione e l’accessibilità – in senso ampio – delle sue collezioni.

Oltre ad avere un punto di vista interessante sul ruolo e le funzioni dei social media, il Quai Branly offre un numero notevole di esperienze mobile per persone con diverse abilità e bisogni. Esistono tour multimediali “tradizionali” distribuiti su iPod Touch in prestito; un’esperienza iPad multi-sensoriale che include descrizioni in Linguaggio dei Segni Francese, e un audio tour su smartphone che impiega tecnologia NFC (near-field communication).

Ma entriamo subito nel vivo di quest’intervista!

V: Quante persone lavorano nel dipartimento digital media e quali abilità diresti essere necessarie per lavorare con i media digitali in un museo?

S: Nel dipartimento lavorano quattro persone con differenti responsabilità: dalla gestione del sito ai social media, ai supporti multimediali nelle gallerie. Il dipartimento è da intendersi come un “servizio” alle altre unità dell’istituzione.

Riguardo alle abilità necessarie, direi che la capacità di scrivere contenuti in maniera efficace sia una delle più importanti. È inoltre cruciale essere flessibili e aperti, ascoltare le domande, i bisogni e le richieste del nostro pubblico. Ma non solo, bisogna anche conoscere chi è questo pubblico nonché le loro abitudini di visita. Conoscenza base di HTML e CSS può aiutare, così come dei meccanismi di marketing e comunicazione.

V: Perché utilizzate i social media? Quali piattaforme usate e qual è la strategia dietro ognuna?

S : Partiamo da un’osservazione di base: usiamo i social perché la gente li usa. È quindi necessario per un’istituzione essere su queste piattaforme e usarle per essere in grado di rispondere a domande, aiutare i visitatori, o anche solo sapere che cosa questi dicono del museo.

Andando più a fondo, credo molto nelle tre ragioni che Jim Richardson identifica per l’uso dei social da parte di un museo:

  1. Comunicazione: vale a dire comunicazione istituzionale. Questo approccio considera il museo come un’istituzione con una collezione, delle mostre, dei programmi. Attraverso i social, queste attività vengono comunicate.
  2. Interpretazione: in francese si dice “mediation”. Questo è ciò che trovo più interessante del mio lavoro. Il museo è di tipo etnografico, ma con un punto di vista artistico sulle collezioni. Presentiamo gli oggetti come opere d’arte, quindi i social media servono anche a contestualizzare gli oggetti, andare oltre questo approccio e aggiungere molteplici prospettive.
  3. Informazione: i social media funzionano come uno strumento immediato per rispondere alle domande della gente sulle attività quotidiane dell’istituzione.
Jean-Pierre Dalbéra/CC BY-NC-SA 2.0

Jean-Pierre Dalbéra/CC BY-NC-SA 2.0

Relativamente a come gestiamo le piattaforme, i punti più interessanti riguardano Facebook. Su questa piattaforma abbiamo diverse pagine: una è dedicata al Museo, creata nel 2009. Abbiamo anche pagine focalizzate sui singoli eventi, come quella per Photoquai, la Biennale di Fotografia che organizziamo di fronte al Museo, per la quale abbiamo creato una pagina Facebook , gestita insieme a un’agenzia esterna (anche se la pagina viene aggiornata solo durante l’evento). Lo staff del Dipartimento Educazione gestisce la pagina di Before, una serie di eventi che uniscono musica con performances di artisti. Un altro caso interessante è quello della Media Library. Solo i ricercatori e gli studenti possono accedere a questo spazio del museo, quindi abbiamo creato una pagina Facebook per rendere il contenuto accessibile a tutti. La pagina è gestita dallo staff della Media Library, mentre io mi limito a coordinarla.

Per quanto riguarda Twitter , sono primariamente io a occuparmi della gestione di questo canale, con alcune eccezioni quando i miei colleghi lo utilizzano in occasioni particolari.

Al momento sto scrivendo un report sulla nostra attività social. Stiamo riflettendo su cosa abbiamo fatto fino a oggi e su come svilupperemo la nostra content strategy sulle differenti piattaforme. I nostri due maggiori social media sono Facebook e Twitter. Ora che Facebook si sta lentamente trasformando in un servizio a pagamento, stiamo considerando di essere presenti su diverse piattaforme ma con meno pubblicazioni, meno post, ma con migliore qualità dei contenuti, più orientati sui visitatori e con un taglio appropriato alla piattaforma.

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Jean-Pierre Dalbéra Façade principale (Musée du quai Branly) / CC BY 2.0

V: I social media e gli altri progetti digitali sono integrati con la strategia digitale dell’intera istituzione? Come?

S: Per il momento non abbiamo delineato una vera e propria strategia digitale. È un processo lento: il museo ha moltissimi progetti digitali, ma sono come punti che devono ancora essere connessi tra loro. Per adesso, cerchiamo di sviluppare una strategia digitale per le singole mostre, per le quali creiamo un piano base sui social e sugli altri strumenti.

Una delle sfide maggiori per noi oggi è sicuramente l’alfabetizzazione digitale, digital literacyLa tecnologia si muove in fretta quindi è necessario avere supporto interno prima di partire con un qualsiasi progetto. E anche quando trovi questo supporto, a volte è comunque un work in progress.

V: Come connettete le attività che conducete sui canali digitali con l’esperienza in loco e viceversa?

S: Sono abbastanza divise, per il momento, e stiamo sperimentando in questo settore. Qualche mese fa, ad esempio, abbiamo scritto frasi d’effetto all’inizio di una mostra chiedendo ai visitatori di condividere i loro post attraverso un hashtag designato. Oltre a questo, inseriamo le icone social nella nostra comunicazione istituzionale (brochures, cartoline etc.) e abbiamo notato che la gente usa il nostro hashtag più spesso. La #MuseumWeek ha cambiato molte cose: molta gente è ormai consapevole che siamo su Twitter e ha iniziato a interessarsi alle nostre iniziative.

Allo stesso tempo, però, l’interpretazione digitale onsite è una sfida quando non c’è WiFi a disposizione dei visitatori. Non appena il museo sarà in grado di fornirla, mi aspetto che molte cose cambieranno.

V: Avete recentemente lanciato una nuova versione di una app per l’esplorazione dei depositi visibili, in cui è conservata la vostra collezione di strumenti musicali: Musée en Musique. L’interpretazione tradizionale per questo tipo di oggetti sarebbe complessa, come avete deciso che il mobile fosse lo strumento adatto?

C : La app Musée en Musique è uno strumento di apprendimento. Il suo focus parte da un approccio al gioco sulla nostra collezione legata alla musica (suoni e video della nostra collezione, strumenti musicali che sono esposti così come quelli nei depositi, backstage del museo etc.). Il punto è scoprire il nostro museo in un modo diverso e imparare di più sulla collezione. Questo avviene conducendo i visitatori fino all’oggetto “reale”. Questa app aiuta a identificarli quando il visitatore è al museo, prima di accedere a contenuti complementari. Inoltre, un gioco è incluso per condurre i visitatori all’elaborazione di un album fotografico personalizzato con gli oggetti che ha trovato e scoperto attraverso lo strumento mobile.

V: La app include due diverse versioni, a seconda che l’utente la utilizzi nel museo o altrove. Potresti spiegarci come l’esperienza si differenzia? Perchè avete deciso di includere questo aspetto?

C: Esistono due differenti usi associati a due contesti di uso e motivazione all’utilizzo veramente diversi. Quando si è dentro al museo il focus è sulla visione degli oggetti “veri”, mentre quando si è fuori lo scopo è la pianificazione della visita o il ricordo della stessa.

V: La app usa la tecnologia NFC permettendo interazione a doppio senso. Idealmente, quando il contenuto è lanciato, l’utente può rispondere e generare un certo tipo di impatto sull’esperienza. In che modo questa tecnologia è applicata nella app e in che modo si distingue dai QR?

C: C’è un utilizzo più estetico e pedagogico rispetto ai QR. In questa versione, il design dei simboli contiene degli indizi che creano una sorta di gioco. L’utente deve identificare l’indizio prima di accedere al contenuto relativo.

“Petalo” NFC

V: Quali sono i prossimi passi per la mobile e social strategy (o meglio, per la digital strategy) del Quai Branly?

C: Ci stiamo muovendo verso il concetto di transmedia*: ARGs, eventi off-site e forme emergenti di promozione e interpretazione, sia nelle mostre temporanee che per le collezioni permanenti.

*Per un approfondimento sul concetto di transmedia e progetti relativi consigliamo la lettura di questo paper da Museums and the Web Florence 2014. 

V: Ultima domanda, quale consiglio dareste a un museo che è agli inizi nell’utilizzo di media digitali?

S: Di iniziare. Così come quando impari a nuotare, devi buttarti in acqua. Da lì sarete in grado di vedere cosa funziona e cosa non funziona, testando cosa la gente vuole e che cosa gli piace. 

Header: ho visto nina volare / CC BY-SA 2.0