Social media e musei: what’s going on

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Perché social media e musei?

Fin dalla loro nascita in epoca antica, i musei sono stati connotati (anche) dall’esclusività culturale rispetto alla massa della popolazione e dal profilo elitario e “silenzioso” di custodi della nostra civiltà. Le cose sono per forza cambiate nel corso dei secoli e oggi il museo è – cito Wikipedia – “un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto” (definizione ICOM).

Uno degli obiettivi di un museo dovrebbe essere, quindi, l’interazione a filo doppio con il proprio pubblico, intesa sia come creazione di un dialogo con il gruppo di appassionati che lo segue da sempre, sia come coinvolgimento anche di chi quel museo ancora non lo conosce. E se lo scopo è la comunicazione con molte persone, gli strumenti più adeguati e immediati per raggiungerlo al giorno d’oggi sono i social network e Internet – per quanto banale sembri metterlo per iscritto ancora nel 2013.

Per quanto riguarda il punto di vista dell’utente verso il museo, va da sé che i canali social come Facebook, Twitter e Pinterest consentono di semplificare molte delle dinamiche di comunicazione attuali: basta pensare alle limitazioni di tipo geografico o procedurale che questi strumenti consentono di superare. Invio un semplice tweet e posso comunicare instantaneamente con il curatore di un museo americano, senza prendere un aereo o senza dovermi porre il problema di essere presentata o di avere un ruolo ben definito nelle complicate gerarchie della cultura. Seguo una board su Pinterest e osservo le opere della mostra che vorrei vedere a Tokyo o, addirittura, creo una mia board con il percorso ideale che farei se fossi lì a visitarla.

Nell’approccio del museo all’utente, i social network sono sempre più uno strumento di comunicazione altamente preciso e efficiente. Le informazioni possono venire trasmesse dall’ente culturale al pubblico in maniera targettizzata, con la quasi certezza – in poche parole – di star parlando a persone che sono realmente interessate a quello che si sta dicendo. Infatti, social network orizzontali come Facebook consentono di raggiungere un pubblico molto ben profilato, grazie alla possibilità di impostare variabili anagrafiche, geografiche e di lifestyle nella definizione del target di una comunicazione. Vale a dire, è possibile decidere che i messaggi sulla mostra di Pollock a Palazzo Reale raggiungano solo ed esclusivamente i trentenni che vivono in provincia di Milano a cui piacciono le avanguardie astrattiste del ‘900. Il risparmio di tempo e di risorse è notevole e la garanzia di un risultato è molto maggiore rispetto ai metodi di comunicazione tradizionali.

La situazione oggi

Quando si affronta l’argomento social media riferito ai musei, però, è ancora necessario operare una distinzione tra le strutture culturali che sono ormai “social” a tutti gli effetti, quelle che hanno appena intrapreso un percorso in questa direzione e quelle che addirittura non lo stanno neanche prendendo in considerazione. Negli ambienti culturali di matrice anglosassone – ma anche in Spagna, Olanda e nei Paesi nordici – la quasi totalità dei musei e delle fondazioni culturali sono presenti online e si comunicano sui social media con un approccio organizzato, professionale, innovativo e spesso creativo. Questa scelta risponde ad alcune esigenze che nel panorama economico e sociale del 2013 non sono più ignorabili da nessuno, nè dalle aziende, nè dai privati nè tanto meno dagli enti culturali, che, spesso alle dipendenze degli organismi statali, necessitano più che mai di comunicarsi e comunicare con il loro pubblico, fonte maggioritaria di entrate e, quindi, di sopravvivenza.

Ciononostante, se analizzo un campione casuale di musei italiani online e lo confronto con un campione altrettanto casuale di musei americani (e l’ho fatto), la differenza nelle percentuali è lampante e preoccupante. Quella a cui assistiamo oggi nel mondo dei musei e della comunicazione online è quindi una situazione intermedia che lascia però ben intravedere quale sarà il trend nell’immediato futuro.

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Cosa succederà da qui a 5 anni?

Secondo gli studi in atto nel settore, i musei del futuro saranno sempre più social, più aperti al pubblico e alla co-produzione e personalizzazione dei contenuti. Saranno musei “beyond the venue”, in cui l’esperienza di visita è ampliata oltre i ristretti confini materiali grazie alle tecnologie di realtà aumentata che sono sempre più diffuse e all’avanguardia. Saranno musei che faranno anche i conti con analytics di tipo digitale.

Per fortuna, anche un veloce giro di ricognizione in rete permette di scoprire che, per molti aspetti, il museo del futuro è già qui.

Moltissimi musei nel mondo sono attivi su Facebook, alcuni con milioni di fan, altri con poche centinaia, alcuni sono musei talmente conosciuti che da soli valgono il viaggio di una vita, altri sono invece così piccoli o inaspettati che ne si ignorava perfino l’esistenza.

Se i musei usano Facebook soprattutto per comunicare opere, eventi e iniziative con il pubblico worldwide, su Twitter i curatori si presentano in prima persona, si conoscono e si scambiano consigli, link, complimenti e consolazioni. È possibile interagire con loro, prendere parte alle iniziative e contribuire alla diffusione di hashtag a tema, o anche semplicemente leggerli, in una sorta di scorcio di 140 caratteri su di un mondo che fino a poco tempo fa era sconosciuto e misterioso.

Ci sono poi musei molto attivi su Pinterest, progetti su Instagraminiziative social precedute da un cancelletto che spuntano sempre più spesso sul web e hanno in comune l’obiettivo di accendere i riflettori e tenerli ben puntati su questo mondo. Alcuni musei – e alcuni proprio non me li aspettavo – hanno inserito i QRcode nei loro volantini e altri hanno punti di accesso Bluetooth alle spiegazioni delle opere. Esistono i primi siti di misurazione delle performance digitali e da qualche anno ormai gli addetti (o adepti) del settore si riuniscono in conferenze dedicate ai musei 2.0.

Insomma, un trend è in corso di svolgimento, ormai da un po’ di tempo. Tutto lascia capire che il museo del futuro sta arrivando, in alcuni luoghi è già arrivato. L’Italia non è ancora uno di questi, ma ci stiamo lavorando: #svegliamuseo!