Teens, musei e approccio Peer-to-Peer: le esperienze di Palazzo Grassi Teens e Habitacio1418.

C’è una domanda forte e chiara che sempre ritorna tra chi lavora nei musei: “Perché i giovani li frequentano poco?”. Se proviamo però a cambiare il punto di vista, la questione può diventare un’altra: “Cosa i musei e i giovani insieme possono fare perché i primi siano più inclusivi, fino a diventare un autentico luogo di crescita?”.

Sono tanti e diversi i programmi e le istituzioni in giro per il mondo che stanno provando a rispondere a queste domande, dal MoMA al Whitney Museum, al MET, e ancora la Tate a Londra e l’ICA di Boston o l’IMA di Indianapolis, fino al Museo Reina Sofia e il CA2M a Madrid – solo per citarne alcuni. Al di là della varietà delle iniziative proposte, una regola sembra essere valida per tutti: i giovani vanno lì dove ci sono altri giovani, che “parlano lo loro stessa lingua”. Detto altrimenti, approccio peer-to-peer.

Lo sanno bene Michela Perrotta e Fito Conesa, che abbiamo coinvolto in questa intervista doppia, l’una membro dello staff di @Teens_PG, il dipartimento educativo di Palazzo Grassi – Punta della Dogana di Venezia, l’altro creatore e direttore artistico di @habitacio1418, programma per i giovani tra i 14 e i 18 anni, appunto, promosso dal MACBA e CCCB a Barcellona.

palazzo grassi teens

ph: Matteo De Fina – Palazzo Grassi

Due progetti, un approccio comune

Entrambi sono nati nel 2013, dopo una intensa collaborazione con il sistema scolastico locale, utilizzano un linguaggio proprio del target a cui si rivolgono e hanno web e social media dedicati, tra i quali YouTube il più impiegato. Poche differenze, e una premessa chiara e comune a entrambi da subito: fare in modo che i giovani si avvicinassero al museo fuori dall’orario scolastico e in modo spontaneo.
A partire da qui, e forti anche della pregressa esperienza portata avanti dal dipartimento educativo delle rispettive istituzioni di appartenenza, i due programmi hanno avviato una serie di progetti pensati specificamente per gli adolescenti.

“Habitacio1418” ha organizzato e co-creato con i teens coinvolti incontri e laboratori collettivi all’insegna del do it yourself e secondo la logica dell’empowerment (tra gli altri: workshop di videoclip, Cutout, scrittura per radio, illustrazione, fino alla performance), e ha collaborato attivamente con festival e progetti territoriali, spesso di quartiere, come ad esempio l’Alternativa, il Festival di cinema indipendente di Barcellona. “Ci interessa ciò che è creativo perché la creatività è uno strumento di trasformazione” dice Fito Conesa.

Dall’altro lato, “Palazzo Grassi Teens” ha prima creato la app “Detto tra noi”, una videoguida pensata e mediata dai ragazzi per i ragazzi in occasione della mostra “Prima Materia” (qui la playlist dei video), e due anni dopo ha lanciato una pagina web, che è una content library della collezione, elaborata secondo lo stesso principio del P2P. A questa si aggiungono tour, visite guidate ad hoc e la esplosiva “Teens night“, che quest’anno sono alla seconda edizione.

D: Da quale intuizione e con quali premesse è nato il progetto? Michela, perchè avete scelto di iniziare con una app?

MP: Chi sono gli adolescenti, cosa amano fare oggi e perché sono pochi quelli che vanno al museo? Siamo partiti da una serie di semplici domande prima di passare all’azione, mettendo in discussione prima di tutto noi stessi e quello che proponiamo al pubblico. Nel caso dell’adolescente, la questione era ben complessa: avremmo potuto dargli gratuitamente un tablet con una app che gli spiega la mostra, lasciandolo libero di visitare il museo… bene, è proprio quello che abbiamo fatto. Ma attenzione! Per noi gli strumenti sono importanti, ma i contenuti lo sono ancora di più. Abbiamo creato quindi, insieme ai ragazzi, un nuovo strumento di mediazione destinato a un target specifico. Una videoguida in cui gli adolescenti spiegano ai loro coetanei una mostra di arte contemporanea e tutti i temi affrontati dagli artisti: la sofferenza, l’uguaglianza, la giustizia sociale, la banalità del mondo e molto altro. La vera chiave di tutto il progetto è stata l’approccio peer to peer: solo gli adolescenti sanno cosa piace ai loro amici e come convincerli a venire al museo. Accanto a questa semplice strategia di engagement, abbiamo intuito che dovevamo rinnovarci puntando su un progetto denso di contenuto: l’intuizione è stata quella di decidere di cambiare, rimanendo però quello che siamo, un museo di arte contemporanea.

FT: Bisogna ricordare che “Habitacio1418” è un progetto nato dalla collaborazione tra MACBA e CCCB che, al di là di interessi e obiettivi specifici, condividono da sempre una forte missione educativa. Gli adolescenti non hanno un legame reale con il museo, non sono soliti visitarlo e partecipare alle attività, se non all’interno di iniziative promosse dalla scuola. Questa è stata la premessa principale: creare uno spazio per loro, dove potessero essere partecipi della vita del museo. Una volta che il progetto è entrato nella fase pilota, sono emerse nuove esigenze, che vanno dal creare vincoli con la comunità (ad es. associazioni di quartiere) a stabilire relazioni con progetti che oltrepassano il perimetro stesso della città.

Habitacio1418

ph: Eva Carasol – Habitacio1418

Obiettivo: ascoltare gli adolescenti e sperimentare

D: Quale è stato il percorso? Quali gli obiettivi e i progetti a medio e lungo termine?

MP: Abbiamo ascoltato gli adolescenti, fatto loro delle domande e sentito cosa avevano da dire. Ci siamo guardati attorno e abbiamo osservato un’infinità di programmi in giro per il mondo, e a quel punto non abbiamo risparmiato nessuno: musei grandi e piccoli, centri artistici indipendenti e associazioni cittadine.
E ora? Non è finita qui! La curiosità e la voglia di conoscere sono la nostra attitudine: non smettiamo mai di guardare gli altri, di condividere ciò che facciamo e di ascoltare le esperienze dei nostri colleghi, mettendo costantemente in discussione quello che siamo e ciò che facciamo.
L’obiettivo più immediato che stiamo cercando di raggiungere è semplicemente (!) fare in modo che i nostri musei siano frequentati anche dai giovanissimi, perché crediamo di avere una grossa responsabilità sociale nei loro confronti. Quello a lungo periodo è che questi giovanissimi diventino da adulti i nostri più affezionati visitatori e che, con loro, si riesca a stabilire una relazione solida e fruttuosa.

FT: Una volta individuata la necessità, abbiamo studiato situazioni e progetti che avessero un funzionamento e mete simili alla nostra.
È stato fondamentale (e lo è ancora) conservare l’appellativo di fase “pilota”, perché ci permette di muoverci in una zona di sperimentazione reale, un aspetto questo non sempre scontato nelle istituzioni.
I nostri obiettivi cambiano appena intuiamo e scopriamo una nuova esigenza. Intanto siamo riusciti a fare in modo che gli utenti di “Habitacio1418” partecipino in modo reale e attivo all’elaborazione del programma di incontri e di workshop.

Abbiamo da poco partecipato, ad esempio, a un progetto di teatro che ha fatto parte del programma del Festival GREC. Lo spettacolo, dal titolo Li diuen mar, è il nostro primo progetto a breve termine, e ci ha permesso di generare una rete di lavoro con due istituti scolastici del Raval (il quartiere dove abbiamo la sede) e altre istituzioni e progetti locali, come ad esempio La Escosesa, una delle denominate “fabbriche di creazione” di Barcellona. Qui, e grazie a una mini residenza d’artista, i ragazzi e le ragazze che formano il nostro di gruppo stanno preparando un evento previsto a fine febbraio negli spazi del MACBA e del CCCB.

D: Ci sono aspetti che avete deciso di potenziare e/o scartare lungo il cammino? Che risposta avete avuto da parte dei ragazzi coinvolti?

MP: Partecipando al programma di “Palazzo Grassi Teens”, gli adolescenti si sentono finalmente protagonisti e degni di considerazione. Lungo il percorso ci siamo resi conto che i ragazzi odiano essere studenti e basta: per questo abbiamo cercato in tutti i modi di spazzare via l'”aura scolastica” che inevitabilmente aleggiava su tutte le nostre attività. La scuola per noi è un mezzo, non un fine, e bisogna usarla come un’opportunità. Quando andiamo a lavorare in classe, scardiniamo fisicamente l’impostazione scolastica spostando banchi e cattedra e lavorando in cerchio, come a una tavola rotonda. Il messaggio non è “abbasso la scuola!”, ma “adesso il parere di tutti è importante e nessuno verrà giudicato”. Con l’approccio peer to peer, infatti, non c’è una trasmissione delle conoscenze verticale – che è poi quella scolastica – ma una strategia educativa paritaria. L’alternanza scuola/lavoro è stata per noi una grande opportunità: obbligatoria per i licei italiani dal 2015, ci ha dato la possibilità di sviluppare ulteriormente il programma per i teenagers e ora abbiamo ogni anno venti ragazzi nello staff del museo. Chi l’avrebbe mai detto?

FT: Fin dall’inizio per noi era chiaro che dovesse essere la stessa collaborazione con i teens a definire e a plasmare la vita del progetto. Il programma infatti è un compendio di idee e proposte alla cui creazione partecipano attivamente; spesso sono loro a tenere un laboratorio e hanno sempre la totale possibilità di fare proprio lo spazio. Questo sistema ha creato in modo naturale e spontaneo un gruppo di roomers fedeli e coinvolti.

Lavorare con gli adolescenti ti riempie di stereotipi e luoghi comuni che poi l’esperienza poco a poco rimuove. Ci sono collaborazioni che hanno funzionato e che certamente riprenderemo più avanti (ad esempio il lavoro con il coreografo Aimar Pérez Galí, poi diventato uno spettacolo presentato al MACBA), ma cerchiamo sempre un altro punto di vista; vogliamo evitare di entrare in un loop e perdere la freschezza iniziale. Ogni giorno di più sentiamo la necessità di sottolineare e rendere esplicito il fatto che sia un progetto flessibile e a disposizione dei ragazzi.

palazzo grassi teens - gallery

ph: Matteo De Fina – Palazzo Grassi

Teens, musei e scuola: strategie e intuizioni

D: Quale tipo di strategie si possono mettere in campo per fidelizzare gli adolescenti?

MP: Con “Palazzo Grassi Teens” lavoriamo con pochissimi ragazzi ogni anno, puntando su forte impatto e pochi numeri. Le strategie di fidelizzazione in senso stretto si basano su delle dinamiche di marketing che sono molto lontane da noi e da quello che facciamo. L’obiettivo è educativo: avvicinare i ragazzi all’arte contemporanea. Che poi questo coincida con lo sviluppo di un pubblico nuovo va da sé.
Esempio: Nicola ha lavorato alla videoguida nell’anno scolastico 2013/14 e grazie a questa esperienza dice di essersi avvicinato al mondo dell’arte. Oggi Nicola ha 20 anni, frequenta l’Università La Sapienza di Roma e ci ha chiesto di svolgere il tirocinio curricolare nei nostri uffici. Ecco, per noi questo è “fidelizzare”.

FT: Prima di tutto realizzare un progetto creato dagli adolescenti stessi, che serva ad ascoltare gli altri coetanei, senza paternalismi limitanti. Non si tratta di “vendergli la moto”, ma di essere onesti.
Se da un lato l’istituzione museale ha una velocità diametralmente opposta a quella degli adolescenti, dall’altra è vero pure che a progetti come questo spetta il dovere di iniziare a aprirne le fessure; dobbiamo far vedere che il museo è un ente flessibile e che il programma educativo non è un capitolo in più, ma uno dei pilastri fondamentali. Poi chiaro, ci sono le strategie standard di fidelizzazione, ma queste ci interessano meno.

D: Entrambi siete partiti da una relazione previa capillare con il sistema scolastico locale. Che cosa secondo voi il museo può fare per la scuola e, viceversa, la scuola per il museo?

MP: Scuola e museo sono per definizione luoghi di apprendimento e le attività che propongono devono andare di pari passo. Alcuni professori lungimiranti vedono nel museo un’opportunità per la scuola e, come ho detto prima, questo sentimento deve essere reciproco: è questo il rapporto che dovrebbe esistere tra scuola e museo, avere l’uno fiducia dell’altro. La scuola può dare al museo l’accesso a un potenziale pubblico di grande importanza strategica; può ricevere in cambio nuove chiavi di lettura e nuovi punti di vista – quello degli artisti – sulla storia, sulle scienze, sulle questioni politiche, sul mondo in generale.

FT: Rendere flessibili le strutture. Entrambi – la scuola e i museo – devono cambiare i loro tempi e i loro affetti, ed entrare in comunicazione attraverso un cammino comune.
In generale c’è un grosso lavoro sul campo da fare per far conoscere e presentare i progetti lontano dal “whitecube”. Insisto molto su questo aspetto: l’istituzione, cioè, come qualcosa di meno rigido. Conosciamoci di più; come dice Aimar Pérez Galí bisogna “toccarsi di più”.

Promuovere, coinvolgere e interagire

D: Qual è la differenza tra un account generale di un museo e uno che si rivolge specificamente ai teens?

MP: Lo scopo dei nostri canali social è lo stesso di quelli ufficiali, è lo scopo della comunicazione: promuovere, coinvolgere e interagire. Spesso li affidiamo direttamente ai ragazzi con take-over che durano mesi: i nostri canali diventano il loro spazio per esprimersi a nome del museo, con un raggio d’azione illimitato. Con Snapchat per esempio si sono scatenati! Ci siamo accorti che la comunicazione online è il mezzo imprescindibile per arrivare ai ragazzi e ha un potere incredibile. Con un linguaggio easy, a volte spiritoso e ironico, siamo la versione “giovane” di Palazzo Grassi e ci concediamo alcune libertà che l’account ufficiale del museo non può avere.

FT: There is no map for human behavior…
L’uso dei social media per noi è passato da essere qualcosa di necessario e organico a uno dei principali motori; però, arrivati a questo punto, crediamo che non esista una strategia di successo così come non esiste un teenager “tipo”. Certo, era importante che il web funzionasse fin da subito come un ente autonomo, e che coincidesse con il nostro modo di vedere le cose. Essere un elemento emancipato, se non indipendente, continua a essere una priorità. Però dove si muovono i teens? In pratica, come esseri in transito quali sono, gli adolescenti passano continuamente da una rete all’altra, ne traggono il massimo vantaggio, e poi ne scelgono una nuova: è proprio in questo “random anarchico” che noi ci muoviamo. E i roomers hanno le password di accesso alle reti social e possono in qualunque momento partecipare.

Habitacio1418

ph: Anna Fàbrega – Habitacio1418

D: C’è un aspetto di cui ci si deve prendere cura di più quando si ha a che fare con adolescenti e musei?

MP: Non bisogna aver paura di usare il museo come spazio di incontro, dove si può parlare e anche alzare la voce. Bisogna convincere i ragazzi che nel museo c’è libertà di azione: a volte il museo è associato a un divieto; addirittura qualcuno ancora chiede se si possono fare foto. Per noi è importante che i ragazzi capiscano che in un museo si può essere liberi: solo così si ha l’atteggiamento giusto per osservare le opere con spirito critico e non passivo, per interrogarsi e chiedere agli altri, per comprendere, riflettere e capire aspetti che riguardano la propria vita. D’altra parte è questo che dovrebbe essere un museo, uno spazio di crescita, al di là dell’età del pubblico a cui si rivolge.

FT: Personalmente, c’è un lavoro di ascolto fondamentale, di silenzio in alcune situazioni, e di accompagnamento in altre. Bisogna sempre rispettare le opinioni e mai intervenire per sovra-proteggere, invece rispettare la libertà e fomentarne l’uso; avere la massima cura dei processi di ciascuno e non generare mai narrative semplicistiche; ci si deve prendere cura di questo transito.

D: Da quanto detto finora è facile immaginare che un’esperienza educativa come questa, coinvolgente e a lungo termine, abbia trasformato la vostra percezione del mondo adolescianziale. È così?

MP: I ragazzi amano “giocare a fare i grandi” e soprattutto vogliono sempre essere trattati da adulti: è per questo che abbiamo cominciato a fidarci di loro. Abbiamo capito che più grandi sono le responsabilità che gli affidiamo più importanti saranno i risultati che otterremo. Gli adolescenti non sono visti da noi come cavie da laboratorio ma con loro abbiamo una relazione più tranquilla, basata su una fiducia reciproca. In genere i ragazzi si confrontano con un museo in maniera riverente e solenne. Grazie a “Palazzo Grassi Teens” hanno scoperto che chi lavora in un museo è una persona normale, con due braccia e un solo cervello, che addirittura ride e commette errori!

FT: Sí, è una lotta continua di riposizionamento e cambi di ruolo. Stabilisco con loro una relazione di non amico, non professore, non madre, non padre, non tutor. Insisto di nuovo, per me è imprescindibile l’idea di di accompagnamento. Ha cambiato totalmente la nostra percezione dell’universo teen: abbandonato ogni scetticismo, non lo consideriamo più come un tutt’uno.

ph: Matteo De Fina

ph: Matteo De Fina

D: Se si potesse replicare il vostro modello in un altro museo, quali sono gli elementi indispensabili a cui non si dovrebbe rinunciare?

MP: La vera chiave del nostro e di tanti progetti museali per adolescenti è il peer to peer: secondo noi questo è un aspetto irrinunciabile. È importante lasciare ai ragazzi la libertà di decidere e fidarsi dei loro consigli avendo sempre chiaro l’obiettivo senza esagerare con la teoria pedagogica: delle volte è molto meglio essere empirici e passare direttamente all’azione! Potrei citare Aristotele per chiudere in bellezza, ma non lo farò.

FT: A suon di hashtag come #libertad #flexibilidad #accesogratuito #fidelidadvoluntaria. Sopratutto consideriamo importante che nell’ambito dei parametri di libertà che il concetto di istituzione offre si intendano questo tipo di progetti come un LAB, dove la prova/errore sia una linee-guida, dove si può poter provare, fare, disfare, tagliare e copiare.
E che sia con l’orario flessibile. È importante riuscire a conciliare il tempo libero o il tempo non-educativo-formativo con questo tipo di proposte e capire che “c’è un mondo là fuori”.
Infine, credo che sarebbe un errore non mischiarsi e interagire con il contesto locale di riferimento e con altri progetti interdisciplinari.


L’autore

Domenico Berardinelli ha un’ampia esperienza come art project coordinator in ambito educativo ed espositivo. Al MACRO di Roma ha intuito che avrebbe lavorato nel mondo dell’arte contemporanea, al Festival Interferencia di Barcellona ha capito come farlo, e alla NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, è riuscito a coniugare passione e pratica, coordinando per sei anni il Triennio in Pittura e Arti Visive.

Oggi vive a Barcellona, e lavora nel dipartimento di servizi e attenzione al pubblico del Museo Picasso. Collabora inoltre con l’International Festival of Illustrated Books, per il quale è responsabile della produzione,e ne cura i contenuti digitali. Scrive per “Arte e Critica” e, quando non è dietro alla scrivania, è in giro per mostre – ipad e taccuino alla mano.

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